Il commento di don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica 27/09/09

Il commento di don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica 27/09/09

◊   In questa 26.ma Domenica del Tempo Ordinario la liturgia ci presenta il passo del Vangelo in cui Gesù ordina ai discepoli di non impedire ad un uomo di scacciare demòni nel Suo nome perché – afferma – non c’è nessuno che faccia un miracolo nel Suo nome e subito possa parlare male di Lui. “Chi non è contro di noi – sottolinea il Signore – è per noi”. Poi invita a non scandalizzare nessuno “di questi piccoli” che credono in Lui: sarebbe “meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare”. Quindi aggiunge:

“Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna”.

Su questo brano del Vangelo, ascoltiamo il commento del teologo, don Massimo Serretti, docente di Cristologia alla Pontificia Università Lateranense:

Il discorso di Gesù sullo scandalo suppone il fatto che una relazione da persona a persona possa ostacolare la relazione di ciascuno con Dio. Lo scandalo è un inciampo che impedisce ed ostacola il rapporto diretto con il Signore.
In primo luogo Gesù fa menzione dello scandalo recato ad un piccolo che crede, in secondo luogo a ciò che è di scandalo per la singola persona.
Chi ostacola un piccolo nel vivere la sua relazione con Dio, non è degno neppure di rimanere in vita.
Chi trova scandalo nella sua mano, nel suo piede, nel suo occhio, è invitato a Gesù a separarsi da essi, in maniera drastica e risoluta: senza mezze misure.
Con la mano l’uomo compie la fornicazione, la violenza sull’altro, con la mano prende ciò che non è suo. Con il piede l’uomo si dirige su sentieri non buoni e si orienta verso vie di perdizione. Gli occhi, con la loro concupiscenza, fanno entrare nel nostro cuore desideri disonesti e «come cavalli in fregola, smaniano di far deviare il carro».
Di fronte a ciò Gesù chiede la risolutezza di chi stacca immediatamente e decisamente con tutto ciò che impedisce, in un modo o in un altro, l’amicizia con Dio: la santità.
L’alternativa Egli la chiama ‘Geenna’, inferno.
Guai agli irresoluti!

Aldo Trento: La vittoria di Cristo nella carne putrefatta di Pablito

Aldo Trento: La vittoria di Cristo nella carne putrefatta di Pablito

tratto da: http://www.tempi.it/opinioni/007638-la-vittoria-di-cristo-nella-carne-putrefatta-di-pablito

Questa settimana vorrei sottoporre ai lettori la testimonianza di Laura, una ragazza italiana che ha lavorato tutta l’estate come volontaria qui nella parrocchia di San Rafael ad Asunción.

di Aldo Trento

Caro Padre Aldo, ti trascrivo qualcosa di ciò che si è impresso nel mio cuore, di quello che hanno visto i miei occhi, di quello che hanno toccato le mie mani. È un gesto di gratitudine, per come mi hai accolta, (…) per avermi permesso di venire qui, di seguire i tuoi passi, di essere parte di questo luogo così bello e drammatico. (…) Dentro ai piccoli sacrifici che in questo tempo mi sono stati chiesti si è imposto un cuore nuovo che inizia ad affidarsi, certo della Sua bontà, a Lui. Che voglia di vivere, padre Aldo! Che voglia di tornare a casa per raccontare al mio moroso, ai miei amici quello che ho vissuto. (…) E che desiderio di scoprire passo dopo passo, giorno dopo giorno, come il Signore mi chiederà di riconoscerLo, servirLo, di imparare ad amarLo ed essere una cosa sola con Lui. Ti abbraccio grata. Tua figlia
Laura


Credevo di venire in un posto di dolore e sofferenza. (…) Da cos’altro possono essere caratterizzate una clinica per malati terminali e una casa per bambini abbandonati, maltrattati, abusati? È vero, questo è un posto di dolore. Ho visto una sofferenza immensa, un dolore che mai avrei immaginato, la violenza disumana di cui l’uomo può essere capace, ho visto il dolore innocente così profondamente misterioso. È vero, ho visto tutto questo, ma la parola che meglio descrive quello che sto vedendo qui è la parola “Resurrezione”. (…) Quello che il Signore mi sta conducendo a riconoscere ogni giorno è che Lui è risorto. Non è che non ci sia stato il tradimento, la flagellazione, il Calvario, la morte. Nulla di questo è negato, ma tutto è redento. Perché Lui è risorto. E lo tocco con mano. (…) È realmente, carnalmente la vittoria di Cristo ciò a cui assisto ogni giorno sempre più grata. La vittoria di Cristo DENTRO le circostanze, anche le più dolorose e misteriose. La Sua ressurezione non toglie la morte o il mistero, ma vince e trasfigura ciò che altrimenti potrebbe essere solo disperazione, inferno. La vittoria di Cristo non è dopo, non sarà domani, è adesso, nella carne, nella vita di Pablito, che ha convissuto in letizia con un tumore di 6 chilogrammi sulla spalla che lo obbligava a tenere la testa tutta reclinata da un lato e convivere con il fetore della sua carne putrefatta, fino a morire, senza mai una parola di lamento. È adesso, nella solarità e nel sorriso cristallino di Rosita, 17 anni, sorda, senza una gamba amputata per un tumore, con metastasi in tutto il corpo, che domenica ha ricevuto felice la cresima in clinica e scrive sul suo quadernino attraverso il quale comunica col mondo che ringrazia Dio per la bella vita e la bella famiglia che le ha donato. La vittoria di Cristo è adesso in Isabell, che sorride ed è capace di amore dopo tutto quello che ha subìto. La vittoria di Cristo è adesso in Marchito, abbandonato a quattro anni dalla madre diciassettenne, che sa gioire ed essere felice per una cartina argentata di una caramella che svolazza nel cielo. (…) Quante volte al giorno mi ritrovo a dire: «Mio Signore, mio Dio, mio Tutto». Chiedo di poter essere fedele a quello che ho visto, e di poter portare io stessa nella mia stessa carne e nella mia stessa vita, così come tutti questi testimoni, la Sua resurrezione.


Rosa oggi stava malissimo. Mi colpisce la sua discrezione nell’esprimere il dolore. Così generosa di sorrisi splendenti, quando soffre nasconde il suo volto, si ritira, non facendosi notare. Era sola. L’infermiera le ha portato la morfina. Mi sono messa al suo fianco. Pregando le ho accarezzato la testa, finché non si è addormentata. A volte si può fare così poco (almeno così ci pare). Ma forse oggi Lui non aveva che queste mie povere mani per accarezzare la testa di Rosita.


Oggi alla Casita de Belem sono stata con Carol. È alto, non ha forza nel suo corpo, si accartoccia continuamente su di sé, ha due bellissimi e tristi occhi verdi e piange in continuazione. Spesso è come un lamento continuo, a volte uno o due minuti senza piangere e poi riinizia, a volte forte con le lacrime che gli segnano il viso. Mi sono seduta su una seggiolina, lo ho preso in braccio (non riesce a stare seduto), era disteso sulle mie gambe, tentavo di alzargli il busto e la testa per poter mettere un po’ di cibo nella sua bocca. Mio Dio come è misterioso il dolore innocente! Non ho potuto non pensare alla pietà di Michelangelo, lui era esattamente così, abbandonato sul mio corpo seduto, e tentavo di sorreggerlo. Come è umano il cristianesimo e come è divina – fin nei suoi aspetti più drammatici – la nostra vita. E pensavo a Maria, che ha tenuto così tra le braccia Suo figlio, l’unico vero innocente, il Santo innocente. Al dolore di quella madre. Al dolore di tutte queste madri nel mondo. So che c’è Cristo, a cui posso chiedere, domandare, offrire. Che posso riconoscere, servire, a cui posso tentare di dare da mangiare nel corpo ripiegato e accartocciato di Carol. E questo bimbo diventa come un figlio a cui tenti, cullandolo, di mettere un po’ di cibo nella bocca, e così madre ti senti figlia, come generata da questo misterioso dolore, come viva nel mondo grazie a chi in modo così misterioso – ma certamente fecondo – partecipa più carnalmente della croce di Cristo. (…)


Mi hanno raccontato la storia di Rosita e Oscar. Sono due dei bambini con cui sono stata in questo mese alla Casita de Belem. Ho saputo solo ora che quando sono arrivati alla Casita vi sono arrivati per morire. Piccolini, di qualche mese, Oscar aveva avuto due meningiti, malato di Aids, era in stato vegetativo. E così anche Rosita. Erano stati abbandonati moribondi, e alla Casita erano stati accolti perché potessero morire in pace. Ora hanno circa due anni. Oscar è un’esplosione di energia, forza, vitalità. Corre, grida, ride. Rosita ha appena incominciato a camminare, ho accompagnato, stupita e contenta, i suoi primi passi. Ora inizia a parlare, dice: «Rosita ciquitita». A loro è accaduta la stessa cosa che è accaduta a Lazzaro. Oscar e Rosita sono stati richiamati alla vita dall’amore di Cristo. Attraverso Cristina e padre Aldo, l’amore di Cristo ha richiamato in vita questi bimbi. Quello che mi è dato la grazia di vedere qui è esattamente la stessa cosa che hanno visto duemila anni fa, sbigottiti e stupiti, i discepoli di Cristo. Perché qui fioriscono così tanti miracoli?, mi sono trovata a chiedermi. In questo posto fioriscono le resurrezioni, i miracoli, perché ci sono uomini e donne che fondano la loro vita sul fatto di Cristo, sulla fede in Lui. Non su ciò che già sanno, sui loro progetti o schemi. Che spazio lascio io a Cristo, alla fede in Lui, nelle piccole (o meno piccole) cose concrete di ogni giorno? Ho visto in questo mese e mezzo di grazia che quanto più lascio spazio a Lui, quanto più poggio tutta la mia vita sul fatto di Cristo, tanto più la mia vita viene ricolmata di miracoli. Ed è così sorprendente il modo sempre nuovo e diverso in cui Cristo prende iniziativa con me. Non mi chiede che di lasciarGli spazio, di accoglierlo nei volti che mi pone innanzi, nei fatti che mi fa conoscere, nei suggerimenti e desideri che pone dentro al mio cuore. Che pace e che dramma! Che pace: perché è Lui che fa tutto, è Lui che in modo così attento e tenero tutte le volte prende iniziativa con me. Che dramma: perché lo spazio che io lascio a Cristo nella mia vita, lo spazio che lascio alla fede dipende tutte le volte da me. Dalla lotta tra ciò che io penso, progetto, immagino, istintivamente voglio fare e quello che Lui mi dà, che Lui mi pone innanzi tutti i giorni, attraverso cui mi chiede ogni volta di riconoscerLo e di essere Sua.


«Chi sei Tu? Chi sei Tu che mi hai chiamata qui, che mi hai voluta qui? Chi sei Tu che ti prendi così cura del mio piccolo niente?». Mai come in questo periodo questa domanda – piena di stupore e meraviglia – è sgorgata dal mio cuore commosso, a volte fino alle lacrime. Partendo dall’Italia, attraversando il Sud America, gustando panorami maestosi e splendenti, ascoltando e seguendo i passi dei santi, mirando i volti delle decine di Lazzaro che il Signore mi ha dato la grazia di incontrare. «Chi sei Tu che ami così teneramente, così appassionatamente, così fedelmente questo povero niente? Chi sei Tu che desideri mostrarmi i Tuoi prodigi, i Tuoi miracoli, i Tuoi angeli e i Tuoi santi che vivono in questa terra? Chi sei Tu, così attento ai desideri più profondi del mio piccolo cuore come a quelli più semplici e apparentemente banali?». La meraviglia, lo stupore, la gratitudine del Tuo amore infinito hanno travolto e inondato il mio piccolo essere, sempre più grato, lieto e certo che Tu sei.

Il commento di don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica 20/09/09

Il commento di don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica 20/09/09

◊   In questa 25.ma Domenica del Tempo Ordinario la liturgia ci presenta il passo del Vangelo in cui i discepoli, dopo che Gesù aveva annunciato la sua morte e risurrezione, discutono su chi sia il più grande tra di loro. Il Signore chiede di cosa stiano parlando, ma essi tacciono. Quindi afferma:

“Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”.

Su questo brano del Vangelo, ascoltiamo il commento del teologo, don Massimo Serretti, docente di Cristologia alla Pontificia Università Lateranense:

Gesù pone una domanda ai suoi, ma essi tacciono e non rispondono. Le cose false, infatti, non possono, per loro stessa natura, diventare motivo di comunicazione, piuttosto rendono muti dentro e separano.


La falsità del loro parlare era nella contrarietà a quello che il loro Maestro stava vivendo. Egli parlava loro di passione e di morte, cioè, di abbassamento e umiliazione, ed essi parlavano del grado reciproco di gloria e di onore, cioè, di grandezza. Essi avevano fatto della misura di se stessi l’oggetto del loro pensiero e del loro conversare.


Gesù, sedendo, come fa il “maestro” (rabbi) quando deve comunicare un insegnamento, toglie alla radice ogni possibilità di (auto)misurazione che possa essere, poi, motivo di (auto)comparazione. «Sarà l’ultimo rispetto a tutti e il servitore di tutti». All’ultimo posto non c’è più da misurare e da commisurarsi. L’ultimo è l’ultimo.


Questo è il posto che prende il Figlio di Dio, Cristo Gesù, questo è il posto di chi lo vuol seguire. «Là dove sono io …»


Scrive il Nisseno: «Ognuno si convinca di essere inferiore non solo al confratello che vive con lui, ma ad ogni altro uomo: se riconoscerà questo, sarà veramente discepolo di Cristo» e aggiunge san Benedetto: «ritenersi l’ultimo non solo a parole, ma anche nell’intimo del cuore» (Regula 7, 51).

Il commento di don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica 13/09/09

◊   In questa 24.ma Domenica del Tempo ordinario, la liturgia ci propone il passo del Vangelo in cui Gesù rivela ai discepoli che il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Di fronte a queste parole, Pietro lo prende in disparte, rimproverandolo. Ma Gesù dice:

«Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Su questo brano del Vangelo, ascoltiamo il commento del teologo, don Massimo Serretti, docente di Cristologia alla Pontificia Università Lateranense:

Il Vangelo di questa domenica ci pone dinanzi a tre passaggi stretti ed essenziali per la verità della nostra relazione personale con Gesù Cristo. Essi costituiscono uno specchio nel quale possiamo specchiarci e una pietra di prova sulla quale testare il grado di realtà della nostra appartenenza a Lui.


Il primo è il riconoscimento, il poter dire, insieme a Pietro, “Tu sei il Cristo!”. Questo atto elementare è un dono di grazia che consente l’identificazione, la conoscenza precisa e definita della Sua identità.


Il secondo è il cambiamento della mente. “Tu non pensi secondo Dio”. Gesù chiede a chi lo riconosce di pensare “secondo Dio”. Al riconoscimento deve seguire la trasfigurazione nella conversione.


Il terzo, nel quale culminano i primi due, è la sequela e la perdita della vita: l’offerta di sé. Il Signore lo si può amare solo con la totalità e secondo la totalità. “Amerai il Signore Dio tuo con tutta la tua anima” (Dt 6, 5), cioè, facendo a Lui il dono della tua vita, dell’integrità dell’essere che hai ricevuto da Lui.


Senza il riconoscimento l’offerta è inconcepibile, senza l’acquisizione del pensare “secondo Dio” il riconoscimento resta ineffettuale e senza l’offerta di sé sia il riconoscimento che il cambiamento della mente non giungono al loro fine proprio.

Il commento di don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica 06/09/09

Il commento di don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica 06/09/09

◊   In questa 23.ma Domenica del Tempo Ordinario la liturgia ci presenta il passo del Vangelo in cui Gesù guarisce un sordomuto: “Effatà” – dice – cioè: “Apriti”. E dopo la guarigione comanda i presenti di non dirlo a nessuno. “Ma più lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano”:

«Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Su questo brano del Vangelo, ascoltiamo il commento del teologo, don Massimo Serretti, docente di Cristologia alla Pontificia Università Lateranense:

Sono sei, come i giorni della Creazione, le azioni che Gesù, l’Artista divino, compie per riportare al suo splendore originario la Sua opera principale: l’uomo. E come nel sesto giorno l’uomo fu creato, nella sesta azione che Gesù compie sul sordomuto, quando dice “effatà”, l’uomo è ricreato.


È commovente la cura amorosa con la quale Gesù si appresta a ricreare nell’uomo la sua primitiva dignità. Solo Lui conosce fino in fondo quella dignità e, pertanto, solo Lui vede la portata della rovina nella quale la Sua opera principale è precipitata.


“In principio” Egli aveva dotato l’uomo dell’udito e della parola perché l’uomo potesse udire quel che il Signore gli voleva comunicare e potesse, a sua volta, parlare con il suo Creatore. Ora Gesù si trova davanti l’uomo sordo e muto e con grande cura e affettuosa sollecitudine si adopera a risanarlo. La più grande dignità dell’uomo infatti consiste nell’ascoltare il Signore e nel comunicare con Lui.

LE EREDITA’ STORICHE DEL ‘900 – Prof. Daniele Celli

MATURITA’ 2004

Prima lezione

Cesena – 11 Marzo 2004

LE EREDITA’ STORICHE DEL ‘900

Prof. Daniele Celli

Preside e docente di Filosofia al Liceo Scientifico “Georges Henri Lemaitre” Rimini

(già Insegnante di Storia e Filosofia presso il Liceo Scientifico “A. Einstein” di Rimini)

Grazie dell’invito e spero che, per chi ha avuto occasione, in altre annate, di partecipare a una lezione tenuta dal sottoscritto, non si tratti di una replica un po’ stantia, ma che possa essere l’occasione di un nuovo incontro e di un nuovo momento di crescita personale e comune.

“Le eredità storiche del ‘900”, questo è il tema del nostro incontro, al plurale: ‘le eredità’, perché il Novecento è sicuramente un secolo, appena concluso, che ci ha lasciato in eredità un patrimonio articolato; ma per capire che cosa ci lascia in eredità il ‘900, credo che valga la pena innanzitutto cercare di ricostruire, in maniera molto essenziale, quelli che sono stati alcuni snodi, alcuni momenti chiave, alcune tappe fondamentali di questo secolo, avvertendo, com’è ovvio, che una ricostruzione complessiva del secolo non può essere esaustiva. A noi interessa fondamentalmente, e lo dico subito, cercare di mettere a fuoco alcune chiavi di lettura di questo secolo, con un avvertimento, un avvertimento metodologico che prendo in prestito da Manzoni, da I promessi sposi dove nel 31° capitolo, alla fine, Manzoni fa una sorta di brevissimo riassunto degli ultimi due capitoli, il 30° e il 31°, nei quali lui racconta la storia della peste. Ad un certo punto, nel ricostruirla avverte che la peste aveva provocato migliaia di morti soprattutto perché non si era capito che dietro la parola ‘peste’ c’era una realtà molto precisa, una malattia che aveva provocato una vera e propria epidemia: e se le parole si equivocano, se non le si capisce nel loro autentico significato, possono nascere un mucchio di guai e talvolta guai molto gravi, come nel caso della peste. Suggerisce Manzoni che le cose sarebbero probabilmente andate in modo diverso se si fosse proceduto correttamente nel considerare la peste, che inizialmente non si voleva assolutamente riconoscere, e che poi si conobbe – dice lui – per isbieco, in un aggettivo, febbri pestilenziali, poi peste sì ma in un certo senso, poi ci si attacca all’idea del venefizio e del malefizio, gli untori ricordate? Bene con tutto questo lungo giro tortuoso, alla fine si perde tempo, non si capisce la realtà, non si prendono le precauzioni necessarie e i morti si contano a migliaia. Per fortuna, non tutte le parole hanno avuto conseguenze di questo tipo, ma probabilmente i guai non sarebbero accaduti se si fosse adottato il metodo da gran tempo in uso: e qual è il metodo per parlare correttamente di un argomento, secondo Manzoni? Leggi il seguito di questo post »