Il commento del teologo don Massimo Serretti al Vangelo della 22.ma Domenica del Tempo ordinario 30/08/09

Il commento del teologo don Massimo Serretti al Vangelo della 22.ma Domenica del Tempo ordinario 30/08/09

◊   Il brano della 22.ma Domenica del Tempo Ordinario presenta il brano del Vangelo di Marco nel quale farisei e scribi accusano Gesù del fatto che i suoi discepoli prendono il cibo con mani impure, senza rispettare le tradizioni degli antichi. Gesù replica loro:

“Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”.

Su questo brano del Vangelo, ascoltiamo il commento del teologo, don Massimo Serretti, docente di Cristologia alla Pontificia Università Lateranense:

“Nella discussione intentata dagli scribi e dai farisei venuti da Gerusalemme, Gesù entra in conflitto con loro sul modo in cui essi intendono la contaminazione e quindi la purezza e l’impurità. Quel che Gesù ammette è che l’uomo possa contaminarsi e diventare impuro. Quando il male si impadronisce del cuore dell’uomo e questi mette in opera le cose malvagie che il suo cuore gli suggerisce allora l’uomo si contamina e diviene impuro. Per questo la Scrittura mette ripetutamente in guardia l’uomo dal fidarsi e dal seguire il proprio cuore. Il Signore esige dall’uomo l’immacolatezza e la purezza. In ogni uomo è presente in una certa misura l’inclinazione alla purezza. Noi non siamo fatti per l’impurità e nell’impurità l’uomo non vive bene, non vive a pieno. Per farci dono della sua purezza il Figlio è morto per noi. Così scrive Paolo nella Lettera ai Colossesi: “Ora Egli vi ha riconciliati nel corpo della sua carne mediante la morte per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili dinanzi a Lui”.

Il commento di don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica 23/08/09

Il commento di don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica 23/08/09

◊   In questa 21.ma Domenica del Tempo Ordinario la liturgia continua a proporci il Vangelo del discorso di Gesù sul Pane disceso dal cielo. Molti dei discepoli sono scandalizzati e vanno via dicendo: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù continua a spiegarla: poi chiede agli Apostoli se vogliono andare via anche loro. Simon Pietro risponde:

«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Su questo brano del Vangelo, ascoltiamo il commento del teologo, don Massimo Serretti, docente di Cristologia all’Università Lateranense:

Gesù dopo aver fatto dono delle sue parole fa anche un altro dono: quello della spiegazione del peso e del significato che esse hanno. Gesù spiega la natura e la qualità delle parole che ha espresso. Questa spiegazione era sommamente necessaria perché le parole di Dio non sono come le nostre parole. “Le parole che ho detto sono spirito e vita”. Nelle parole dell’uomo, nello spirito, nella vita, si trasfonde mai pienamente in esse. In Dio invece c’è perfetta unità tra il vivere, l’essere vivente, l’esprimere e l’essere spirituale. Per questo se uno le accoglie, le ascolta per intero, senza trasceglierne alcune e tralasciarne altre, inizia ad accogliere in sé lo spirito e la vita di Dio stesso. All’inizio, di questo ascolto c’è un atto di fede a cui fa seguito la conoscenza, cioè l’avere esperienza. Per questo Pietro di fronte alla domanda radicale di Gesù non risponde: “Dove andremo”, ma “Da chi andremo”. La vita dell’uomo si decide qui. L’uomo diventa quel che segue. Tutto si decide di fronte alla presenza dinanzi alla quale egli sta e vive e quindi dalle parole, dallo spirito e dalla vita che egli porta in sé. Noi portiamo in noi stessi le parole, lo spirito e la vita di Dio.

Il commento di don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica 16/08/09

Il commento di don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica 16/08/09

◊   Domani, 16 agosto, è la 20.ma Domenica del Tempo Ordinario: la liturgia continua a proporci il discorso di Gesù a Cafàrnao sul Pane disceso dal cielo. Alla folla scandalizzata per le sue parole, il Signore dice:

«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Su questo brano del Vangelo, ascoltiamo il commento del teologo, don Massimo Serretti, docente di Cristologia all’Università Lateranense:


La prudenza solo umana ci mette in guardia  sia da coloro che non donano nulla, sia da coloro che donano troppo (“Timeo Danaos et dona ferentes”).


All’udire il lungo e inequivocabile discorso di Gesù sulla necessità di mangiare la sua Carne e bere il suo Sangue se ne andarono quasi tutti. La moltiplicazione dei pani e dei pesci era stata da loro gradita, ma adesso stava esagerando, stava esagerando con il dono, era eccessivo.


Esagerato ed eccessivo rispetto a che cosa?


Rispetto alla loro misura.


Il dono di Dio, qualsiasi dono di Dio non può essere misurato con la bilancia e la misura solo umana. Qui, inoltre, non si tratta di un dono qualsiasi, si tratta della sua Carne e del suo Sangue.


La separazione della carne dal  sangue suppone il sacrificio. Non solo. In nessun sacrificio offerto al Tempio era concesso di bere il sangue, che è la vita (cf. Lev 11) ed è quindi proprietà esclusiva di Dio.


Ora, Gesù prescrive di bere il suo Sangue. Solo Dio, solo il Signore della vita avrebbe potuto offrire se stesso fino a quel punto, fino a dar parte realmente alla propria vita, al punto che colui che ne partecipa vive non più della sua propria vita, ma di quella del Figlio dell’uomo.


Al di fuori di questo divino eccesso non c’è vita vera, non c’è vita eterna.

Il commento di don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica 09/08/09

Il commento di don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica 09/08/09

◊   In questa 19.ma Domenica del Tempo Ordinario, la liturgia continua a proporci il discorso di Gesù a Cafarnao in cui il Signore afferma di essere “il pane disceso dal cielo”. Di fronte alle mormorazioni della folla Gesù ribadisce:

“Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”.


Su questo brano del Vangelo, ascoltiamo il commento del teologo, don Massimo Serretti, docente di Cristologia all’Università Lateranense:

L’uomo «fatto di terra» (Sal  9, 39) e, dopo il peccato, destinato a tornare alla terra (Gn 3, 19), tende a vivere la sua vita senza il Cielo. I più audaci possono anche supporre che ci sia un Cielo, ma che cosa esso possa effettivamente avere a che fare con la terra sfugge ad ogni presa e ad ogni slancio meramente terreno.


Quando Gesù quel giorno disse: «Io sono il pane disceso dal Cielo» e si vide alzare una barriera di terrigna incredulità, il cuore della sua affermazione era che il Cielo, il mistero di Dio, era lì, presente in mezzo a loro. In Lui il Cielo non era più separato dalla terra, Perciò la terra della loro concreta umanità tornava, in Lui, ad avere un Cielo. Era l’annuncio della fine dello squallore di una terra senza Cielo, di una umanità senza Dio.


I tre movimenti del “venire a Lui”, del “credere in Lui” e del “mangiare” il pane che Egli è, sono tre passi di riapertura della terra al Cielo, dopo che il Cielo si è aperto alla terra. (1) Non si può andare a Cristo se non si è attirati dal Padre (Gv  6, 44). (2) Non si può credere in Lui se non sotto l’azione dello Spirito Santo (1 Cor  12, 3). (3) Non si può aver parte al suo Corpo e al suo Sangue senza essere trasformati e conformati a Lui.


Tutto questo Gesù lo chiama con un nome che non appartiene più alla terra: «vita eterna». Andare a Lui, credere in Lui, mangiare il Pane disceso dal Cielo sono per noi, qui ed ora, la «vita eterna».

Il lungo viaggio di Josip. Dall’infanzia alle atrocità della guerra

Il lungo viaggio di Josip. Dall’infanzia alle atrocità della guerra

tratto da: http://www.tracce.it/default.asp?id=399&id_n=11346

Michael D.O'Brien - L'isola del mondo

Michael D.O'Brien - L'isola del mondo

Ci sono libri che riconsegnano tutte le cose, perché ti aiutano a guardarle in modo nuovo, più vero e profondo: uno di questi è L’isola del mondo di Michael O’Brien. Vi si racconta la storia di un poeta croato dalla prima infanzia alla vecchiaia in un lungo viaggio fisico e spirituale che abbraccia la Vecchia Europa ed il Nuovo Mondo: Josip vive un’infanzia povera, semplice e felice in un piccolo villaggio, circondato da affetti che lo fanno crescere e camminare, mentre già inizia a palesarsi il dono di saper esprimere con immagini e parole il cuore profondo della realtà, dell’infinito fuori e dentro di noi. Con l’avvento delle feroci bande partigiane sul finire della Seconda Guerra Mondiale, la sua vita viene sconvolta da un male improvviso e radicale. Nel giro di poche ore, tutto ciò che ha di più caro gli viene strappato via e questo sarà solo il primo passo di una serie di dolorose privazioni e spoliazioni. L’isola felice sembra essersi inabissata per sempre e all’uomo non resta altro che affogare nel sangue, nelle tenebre, nella disperazione. Proprio laddove tutto sembrava perduto, proprio laddove sembrava esserci solo la sconfitta sotto il tallone dei tiranni ed il buio dentro e fuori di noi, ecco farsi strada quello che nemmeno più si osava sperare: una mano che ci trae a riva, e ci propone un cammino che si snoda per tutto il mondo, un cammino per tornare a casa e ritrovare quello che sembrava perduto. Eccoci, allora, capaci a nostra volta di gettare la mano nelle acque scure e sollevare chi in essa sta affondando, eccoci capaci di gettare un ponte tra noi e gli altri, e dare e ricevere amore e attenzione. Questo libro così intenso, commovente e poetico ci rammenta quello che troppo spesso preferiremmo dimenticare e che tante bugie e false consolazioni attorno a noi cercano di negare o di sopire: nella vita c’è davvero un accumularsi di ferite patite e alle volte inflitte, che palesano la grande ferita originale del peccato nella vita di ogni uomo; ogni uomo è a suo modo crocifisso, ed in modi diversi sente il dolore dei chiodi nelle mani, la lancia nel costato, l’arsura della sete. Ma il racconto di O’Brien mostra come proprio queste stesse ferite siano assolutamente fondamentali, perché possiamo decidere cosa farne, come viverle; possiamo apparentemente nasconderle e rinnegarle, magari sotto l’ubriacatura del potere nelle sue tanto molteplici forme (dalla brutalità sanguinaria delle ideologie, alla distaccata e complice indifferenza dei benpensanti); oppure possiamo attraverso di esse gridare tutto il nostro bisogno d’aiuto e d’amore e scoprire così come ci sia davvero Qualcuno che ci ama tanto da farsi piagare per noi e con noi, Qualcuno cui non è ignoto un singolo battito del nostro cuore e che attribuisce ad esso un valore infinito. Le ferite diventano così misteriose feritoie per ricevere questo Amore e, a nostra volta, donarlo ai nostri fratelli uomini coi diversi linguaggi che ci sono donati. L’ isola del mondo mostra con l’impareggiabile forza dell’arte come ogni vita umana sia a sua volta un messaggio per tutte le altre, una parola viva capace di illuminare e confortare. Josip riceve molti messaggi, nei luoghi più inaspettati, grazie a molti e diversi messaggeri, persone apparentemente insignificanti, ma capaci di donare amore e comprensione e così farsi largo nelle prigioni più tenebrose, ed egli diventa così a sua volta un messaggero di speranza, cui l’amore e il dolore dell’amore hanno dato davvero qualcosa da offrire, da dire. Il nuovo romanzo di O’Brien è stato paragonato alle opere di Bernanos e Mauriac per bellezza, intensità, profondità. Io mi limito ad aggiungere che questo libro è a sua volta, come la vicenda del suo protagonista, una parola viva, un messaggio da cui i nostri animi feriti ricavano luce, conforto e sprone nel cammino in quest’isola del mondo, nell’oceano infinito che la circonda e che l’abbraccia e che non sono le acque oscure dell’ignoto, ma il Cuore stesso di Dio. Questo è un libro che ruota attorno alle tre fondamentali domande che in esso ricorrono più volte: «Chi sei? Da dove vieni? Dove vai?», e che attraverso di esse ci consegna con rinnovato stupore la vastità e ricchezza della creazione, le dolorose e bellissime avventure della vita con le sue sconfitte, i suoi incontri, le sue aspettative ed i suoi miracoli, ma anche il valore del racconto, i diversi linguaggi delle cose e delle persone, e quel più profondo «silenzio che è la voce dell’amore». (Edoardo Rialti)

Il commento di don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica 2/08/09

Il commento di don Massimo Serretti al Vangelo della Domenica 2/08/09

◊   In questa 18.ma Domenica del Tempo Ordinario il Vangelo ci presenta il discorso di Gesù a Cafàrnao dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Di fronte alle domande e all’incredulità della folla che lo segue il Signore dice:

«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».


Su questo brando del Vangelo, ascoltiamo il commento del teologo, don Massimo Serretti, docente di Cristologia all’Università Lateranense:

Ogni uomo, quando viene alla luce, prende il suo nutrimento dal corpo della madre, da quel corpo, cioè, nel quale la sua vita è stata concepita.


Il filosofo pagano afferma che noi “ci nutriamo di quelle stesse cose da cui prendiamo l’essere” (ex eisdem nutrimur ex quibus sumus). Se ne ricava che l’uomo può essere veramente nutrito da ciò che ha la medesima natura del suo stesso principio vitale. Ma da chi ha la vita l’uomo? Quale padre e quale madre che siano sensati possono ragionevolmente ritenersi creatori della vita dei propri figli? Solo Dio è l’autore della vita, della vita di ciascun uomo.


Allora diviene evidente che solo comunicando alla vita di Dio, solo avendo parte a Dio stesso, l’uomo potrà nutrire la sua vita e potrà avere la vita.


Allora potrà apparire con maggiore precisione e cogente stringenza quello che Gesù ha affermato quel giorno a Cafarnao: “Il pane di Dio è colui che discende dal Cielo … Io sono il pane della vita”.


L’uomo non si nutre di “qualcosa”, ma di “Qualcuno”, per il fatto che la sua vita non proviene da “qualcosa”, ma da “Qualcuno”. Se il nostro vero nutrimento proviene dal Cielo è solo perché la nostra stessa vita proviene di lì.