INVITO ALLA LETTURA
tratto da: http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=673&item=4582#e4582
Martedì, 26 agosto 2008, ore 15.00
Aspettare insieme. Carteggio tra amici
Presentazione del libro di Jonah Lynch e David Gritz (Ed. Marietti 1820). Partecipano: Marina Corradi, Editorialista di Avvenire; Jonah Lynch, Fraternità Sacerdotale Missionari S. Carlo Borromeo
Moderatore:
Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano
MODERATORE:
Bene. Cominciamo questo momento pomeridiano di invito alla lettura che prevede la presentazione di tre libri di tre storie, di tre esperienze e saranno annunciati secondo l’ordine stabilito. Il primo, siamo già qui insieme ai nostri ospiti, riguarda il libro edito da Marietti, Aspettare insieme. Carteggio tra amici. Abbiamo qui i nostri ospiti che salutiamo: Marina Corradi e Jonah Lynch. Jonah Lynch è vicerettore del seminario della Fraternità Sacerdotale dei Missionari S. Carlo Borromeo. Marina Corradi è giornalista di Avvenire. Il libro ha una post-fazione di Massimo Camisasca, che è il fondatore e Rettore della Fraternità Sacerdotale S. Carlo Borromeo, che ha fortemente voluto questo libro e credo che oggi intuiremo il perché. Grazie, la parola a Marina Corradi.
Marina Corradi:
Io ho conosciuto Johah Lynch un paio di anni fa, per fare un’intervista per un libro sui sacerdoti della Fraternità S. Carlo, e l’ho visto per un’ora in un bar di Milano e siamo diventati amici, abbiamo avuto subito una grande affinità. Quando mi ha mandato questo suo libro e l’ho letto, ho pensato fra me che ha avuto coraggio a tirare fuori dal cassetto delle lettere scritte e ricevute da un amico quando aveva 20 anni, un coraggio che io non avrei, perché quando si hanno 20 anni e si scrive ad un amico molto caro, si dice veramente tutto quello che si ha nel cuore e nel caso particolare di questi due ragazzi, abbastanza fuori dell’ordinario, ciò che avevano di vero, che avevano nel cuore, era la domanda di senso, sul perché ci alziamo al mattino, sul perché viviamo. La prima impressione è che sia un libro un po’ spudorato, nel senso che scuote certi tabù, forse l’ultimo dei tabù, perché si può parlare di tutto oggi ma ciò di cui si parla meno volentieri è appunto il perché, il senso, perché siamo qui. La cosa singolare è che questa domanda comincia a muoversi nel contesto che è quello della McGill University di Montreal, che è assolutamente laico, e anzi, nel racconto che ne ha fatto personalmente Lynch, è un contesto di un gaio nichilismo, in cui certe domande sono evitate se non addirittura derise, eppure questi due ragazzi si incontrano e forse prima ancora della domanda di senso c’è la domanda, in tanta leggerezza c’è la domanda anteriore, se “davvero poi ci sia qualcuno che ci ha chiamato?”. Non è affatto scontato in questo nulla allegro e lieto che gira intorno a questi due ragazzi che la risposta debba volgere ad un positivo. David è un ebreo non praticante, che si dice non credente per mancanza di dati. Mi è venuto in mente che poteva far suo, questo ragazzo, delle parole di Kafka che mi sono rimaste in mente, cioè questa frase: “Anche io come chiunque altro ho in me fin dalla nascita un centro di gravità che neanche la più pazza educazione è riuscita a spostare, ce l’ho ancora questo centro di gravità ma in qualche modo non c’è più il corpo relativo”. Questo ragazzo sembrava avere dentro come una radice perduta, qualcosa a cui nemmeno più sapeva dare un nome, però sapeva che qualcosa c’era. Lynch è invece figlio di cattolici irlandesi, che hanno attraversato quasi un’epopea, fra l’Irlanda e l’Oregon, cresciuto in maniera avventurosa, radicale per temperamento. Però questa sua fede aveva attraversato una specie di diaspora della tradizione cristiana, che molti di noi in Occidente hanno attraversato, cioè alla fine non credeva più in niente. Mi ricordo che quando lo conobbi mi raccontò che quello che gli restava della sua fede era stato travolto dalla lettura dei Fratelli Karamazov, da quelle pagine terribili e strazianti che sono quelle in cui Ivan dice “del dolore degli innocenti” e questo mi aveva molto accomunato a lui, perché anch’io da ragazza avevo letto lo stesso libro e ne ero stata praticamente annientata, come se questo dolore degli innocenti fosse un’obiezione a cui non potevo trovare una risposta. Ecco, Lynch ha avuto il coraggio di portare alla luce queste lettere che parlano del grande tabù. Io quest’estate ho frequentato gente di tutti i tipi, e a tavola, parlando con tanta gente, amici e conoscenti, pensavo, però parliamo di tutto, di tutte le sciocchezze possibili, ciò di cui non parliamo mai, come se fosse indicibile, è appunto il senso, Dio e ancora di più Cristo, un Dio di carne. Sembra quasi, a volte, maleducato pronunciare questi argomenti, quasi fossero inopportuni, invece tutto questo dialogo è spudoratamente su questa domanda; ad un certo punto Lynch dice all’amico: “Se Gesù era Dio, cambia tutto”, con questa obiezione radicale e sbalordita di uno che viene da una storia cristiana, l’ha dimenticata e la riscopre, ed è sbalordito. Il ragazzo che viene dall’ebraismo lo ascolta stupefatto, obietta ed ha una sorta di atteggiamento recalcitrante di fronte a questo Dio così scandalosamente uomo. Ma come dice don Massimo Camisasca, questo David era ricerca pura, era un girovago nell’Europa con il suo amico o senza, tra Parigi e tutto l’Occidente, sempre con questa grande domanda irrequieta addosso. Anche la forma mi ha commosso, perché queste e-mail scritte in fretta, prima che cada la linea, perché parliamo di sette/otto anni fa, quindi non eravamo all’internet di adesso, eppure in questa forma elettronica che è veloce e concisa, la domanda è la stessa dei rotoli di Qumram o dei monasteri Benedettini. C’è una domanda che mi ha colpito molto nel libro, che David fa a Lynch: “Mi piacerebbe che tu mi parlassi della preghiera; dimmi soltanto, se non ti dispiace, come vivi con essa e in essa parlami del suo effetto sulla tua vita e della relazione con il tempo in generale”. Lui stesso, però, aveva avuto un’intuizione in questo senso. Scriveva pochi anni prima: “Dobbiamo ricorrere a qualche tipo di metodo archeologico per stabilire cosa giace in fondo al nostro corpo, per scavare sotto la montagna di stupidaggini che ci hanno condizionato fino ad ora e trovare la pietra preziosa”. Jonah risponderà a quest’intuizione dell’amico anni dopo, citando una frase del Senso Religioso di Giussani: “Essere consapevoli di noi stessi fino in fondo significa accogliere nel profondo di noi stessi un Altro, questa è la preghiera, essere consapevoli di noi stessi fino in fondo, fino ad incontrare un Altro”. Mi ha anche, per coincidenza di letture, incuriosito nei Diari di Etty Hillesum, che è una giovane ebrea morta ad Auschwitz, è che ha attraversato nel lager una misteriosa conversione tacita al cristianesimo, torna la stessa intuizione di David, quasi nella stessa forma: “Un pozzo molto profondo è dentro di me e Dio c’è in quel pozzo, qualche volta riesco a raggiungerlo, più spesso pietre e sabbia lo coprono, allora Dio è sepolto, bisogna allora che lo dissotterri”. Comune in questi due ragazzi ebrei, che avevano dimenticato la loro memoria esplicita. il senso di una pietra preziosa da dissotterrare nuovamente. La strada in cui questo fatto si compie è l’incontro fra di loro, come se la strada fondamentale fosse lo scambio e lo scontro fra due uomini, come se proprio ontologicamente la struttura dell’uomo fosse un rapporto. Mi veniva in mente quel verso di Hölderlin, bellissimo, che è anche il titolo di un libro di Eugenio Borgna, “Noi siamo un colloquio”, cioè noi siamo radicalmente portati verso un altro e in quell’altro noi scopriamo noi stessi, che è anche ciò che dice l’Antico Testamento, “non è bene che l’uomo sia solo”. Ecco è singolare come in quella Montreal svagata, in una lezione di un insegnante di CL, che è John Zucchi, è David, è l’ebreo, a cogliere più intensamente una frase che questo professore dice. La frase è: “La moralità non è una regola ma l’espressione di una appartenenza” ed è David che insiste con l’amico perché si vada cercare, finita la lezione, quel professore, per capire cosa voleva veramente dire, che segreto c’era sotto questa frase che li affascinava ma che non riuscivano a decifrare. Quindi in fondo è David che conduce l’amico verso la fede cristiana, poi negli anni, quando Lynch matura questa sua fede, avrà quasi la pretesa di portare l’amico alla fede cristiana, a quella verità che per lui è l’unica e la splendida, però non accade. Accade, invece, che in una lettera entusiasta, David scriva da Parigi: “Ho vinto una borsa di studio per andare a Gerusalemme, sono uno dei tre”, ed è felice; va a Gerusalemme e l’assurdo è che finisce in questa guerra che apparentemente non lo riguarda, lui è nato a Parigi, figlio di una croata, cosa c’entra nel conflitto tra Palestinesi e Israeliani, e però questo modo di morire, nel conflitto del suo popolo, mi sembra, a Gerusalemme, la città del muro, ma anche la città della tomba scoperchiata, della morte sconfitta, mi sembra come un segno, cioè tu leggi, è folle morire a questo modo, a 20 anni, con questa intelligenza, c
on questo splendore di talenti, e ti atterrisce pensare a suo padre e sua madre, a come hanno fatto a non essere annullati dal dolore. C’è però una frase che rimane, come una traccia che rimane, in fondo a questo libro, una frase che David ha scritto nel ’97. David si è chiesto: “Ma perché evitare il dolore in qualsiasi forma? Non possiamo accettarlo? Potrebbe essere la strada giusta, forse dovremmo accogliere a braccia aperte il mare che ci porta alla deriva”. Se ci pensate, un ebreo, nemmeno praticante…. questa è l’intuizione della croce cioè del dolore abbracciato; questo ragazzo nella sua ricerca, oscuramente, ha avuto l’intuizione della croce. Perché dobbiamo ribellarci al dolore, che è ciò che facciamo tutti? Potremmo abbracciarlo: forse è la strada giusta. Ecco poi, che uno che ha detto una cosa simile finisca in questo modo, in quel luogo, è una cosa che a me sembra un segno e quindi ho capito alla fine il coraggio di Lynch nell’estrarre queste lettere così intime dal cassetto, cioè dare ragione di una speranza, il motto paolino – dare alla nostra speranza una ragione, cosa che così spesso, per pigrizia o per timore, non facciamo. Vi ringrazio. Leggi il seguito di questo post »