Restare uomini in mezzo all’orrore delle bande di Tito
tratto da: http://www.libero-news.it/articles/view/589617
«L’individuo deve o morire – fisicamente o nell’anima – o rinascere in modo uniforme». Questa la dolorosa diagnosi espressa dal poeta premio Nobel Czeslaw Milosz sulla spaventosa macchina di disumanizzazione e schiavitù messa in atto dalle varie ideologie del ’900, e il cui veleno continua a serpeggiare, in maniera più sottile, ma non meno devastante, nelle “libere” democrazie occidentali, ubriacate da un relativismo che conduce ai medesimi esiti: l’uomo può essere “abolito” in tanti, tanti modi, con le pistole e gli interrogatori, ma anche con un proliferare di falsa libertà e falsi stimoli che non fanno che degradare e censurare le dimensioni più nobili della persona.
Ma quando la violenza preme sono davvero solo la morte o la complicità gli unici sbocchi possibili? Possiamo non perdere quello che conta per davvero? E come? Michael O’Brien, uno dei più celebri romanzieri cattolici contemporanei, risponde a questo interrogativo con il suo ultimo romanzo, edito in Italia da San Paolo, L’isola del mondo (pp. 848, euro 26, verrà presentato dall’autore il 3 novembre alle ore 21 presso il Centro culturale di Milano in via Sant’Antonio 5), e lo fa alla maniera propria degli artisti: egli non dimostra, piuttosto mostra; non spiega, ma espone il lettore a una vicenda umana, al racconto di un lungo viaggio, fisico e spirituale.
Lo fa scegliendo di narrare, attraverso la storia del suo protagonista e il vasto affresco di vicende e incontri, anche una delle pagine più dolorose e tuttora censurate del ’900, le sofferenze dei popoli balcanici sotto la dittatura di Tito. Racconta la vicenda di Josip Lasta, un bambino che cresce negli anni della Seconda Guerra Mondiale, protetto e guidato dall’amore dei suoi genitori e dall’amicizia dei compaesani di una valletta sui monti della Croazia; un bambino che ha ricevuto dei doni, grandi e piccoli, segreti e manifesti, come ogni uomo riceve a suo modo nel corso della vita. Ma l’irruzione delle bande partigiane comuniste darà alla sua esistenza una svolta brusca e spaventosa, marchiando ogni cosa con un sigillo di orrore e violenza.
I doni, gli amori, le speranze, il proprio stesso nome, la propria identità unica e irripetibile, sembrano perduti per sempre. Ma ecco che qualcosa si fa strada anche nella più oscura delle prigioni, fisiche e spirituali, con la forza di un amore più grande della morte, permettendo di resistere e continuare a camminare. Non siamo soli a lottare e soffrire, e niente di ciò che portiamo nel cuore è vano.
Ed ecco che quelle stesse ferite che tanto ci umiliavano si spalancano come finestre attraverso le quali, piano piano, nella fiducia e nell’abbandono, la luce può entrare a illuminare le segrete più dolorose dell’anima, e attraverso le quali a nostra volta possiamo consegnare quella stessa luce ai nostri fratelli, tramite gli infiniti linguaggi dell’amore e dell’attenzione – dal più umile dei gesti anonimi alla grande opera d’arte che trafigge il cuore di milioni di persone – con cui possiamo donarci gli uni agli altri: perché, in Dio, il dono più grande che un uomo può fare a un altro è sempre e solo se stesso, quella «parola unica e viva» che esprime il mistero della nostra identità ultima, e il lungo viaggio che tale ci ha fatto, l’omerico nostos così come Josip lo apprende da bambino nelle recite a alta voce di suo padre insegnante: il ritorno alla nostra vera casa, il cuore stesso di quel Dio Vivo che tutto le ideologie si affannano a proclamare morto. Solo chi sa di avere una vera casa, dove lo aspetta l’amore vero ed eterno, può continuare ad affrontare le acque spesso oscure con fiducia e speranza.
O’Brien racconta tutto questo, e molto altro, facendoci ridere, piangere, crescere, lottare e invecchiare con i suoi personaggi. Alla fine del viaggio di Josip, della sua personale odissea e delle sorprese che lo attendono nei Balcani, in Italia, fino nel cuore degli Stati Uniti, sembra di aver vissuto tutta un’altra vita, eppure è la nostra stessa vita, i nostri stessi rapporti che ne riemergono illuminati. Egli ce l’aveva detto: «Ho presunto di scrivere dei tuoi ricordi, del tuo sangue, della tua perdita come se fossero miei», e, così come Bernanos, Tolkien, Solgenitsyn ed Eugenio Corti, ci è riuscito.
Questo è un libro che aiuta a riscoprirsi uomini, perché invita il nostro sguardo a tenersi puntato all’unica cosa che può sottrarci a tutte le riduzioni e le violenze, manifeste o subdole, brutali o seducenti: «La linea dell’orizzonte, lo iato tra materia e infinito», quell’Infinito che continua a farsi strada fino a noi, facendo piovere nella nostra vita continue parole vive d’amore, e al contempo, in esse e attraverso esse, richiamandoci a casa. Siamo tutti Ulisse che cerca di tornare, ma siamo anche Telemaco, che scruta il mare in attesa dell’Unico Padre che può farci scoprire davvero chi siamo.
Edoardo Rialti
Pubblicato il giorno: 31/10/09
Il nuovo romanzo di O’Brien