Aldo Trento: La vittoria di Cristo nella carne putrefatta di Pablito

Aldo Trento: La vittoria di Cristo nella carne putrefatta di Pablito

tratto da: http://www.tempi.it/opinioni/007638-la-vittoria-di-cristo-nella-carne-putrefatta-di-pablito

Questa settimana vorrei sottoporre ai lettori la testimonianza di Laura, una ragazza italiana che ha lavorato tutta l’estate come volontaria qui nella parrocchia di San Rafael ad Asunción.

di Aldo Trento

Caro Padre Aldo, ti trascrivo qualcosa di ciò che si è impresso nel mio cuore, di quello che hanno visto i miei occhi, di quello che hanno toccato le mie mani. È un gesto di gratitudine, per come mi hai accolta, (…) per avermi permesso di venire qui, di seguire i tuoi passi, di essere parte di questo luogo così bello e drammatico. (…) Dentro ai piccoli sacrifici che in questo tempo mi sono stati chiesti si è imposto un cuore nuovo che inizia ad affidarsi, certo della Sua bontà, a Lui. Che voglia di vivere, padre Aldo! Che voglia di tornare a casa per raccontare al mio moroso, ai miei amici quello che ho vissuto. (…) E che desiderio di scoprire passo dopo passo, giorno dopo giorno, come il Signore mi chiederà di riconoscerLo, servirLo, di imparare ad amarLo ed essere una cosa sola con Lui. Ti abbraccio grata. Tua figlia
Laura


Credevo di venire in un posto di dolore e sofferenza. (…) Da cos’altro possono essere caratterizzate una clinica per malati terminali e una casa per bambini abbandonati, maltrattati, abusati? È vero, questo è un posto di dolore. Ho visto una sofferenza immensa, un dolore che mai avrei immaginato, la violenza disumana di cui l’uomo può essere capace, ho visto il dolore innocente così profondamente misterioso. È vero, ho visto tutto questo, ma la parola che meglio descrive quello che sto vedendo qui è la parola “Resurrezione”. (…) Quello che il Signore mi sta conducendo a riconoscere ogni giorno è che Lui è risorto. Non è che non ci sia stato il tradimento, la flagellazione, il Calvario, la morte. Nulla di questo è negato, ma tutto è redento. Perché Lui è risorto. E lo tocco con mano. (…) È realmente, carnalmente la vittoria di Cristo ciò a cui assisto ogni giorno sempre più grata. La vittoria di Cristo DENTRO le circostanze, anche le più dolorose e misteriose. La Sua ressurezione non toglie la morte o il mistero, ma vince e trasfigura ciò che altrimenti potrebbe essere solo disperazione, inferno. La vittoria di Cristo non è dopo, non sarà domani, è adesso, nella carne, nella vita di Pablito, che ha convissuto in letizia con un tumore di 6 chilogrammi sulla spalla che lo obbligava a tenere la testa tutta reclinata da un lato e convivere con il fetore della sua carne putrefatta, fino a morire, senza mai una parola di lamento. È adesso, nella solarità e nel sorriso cristallino di Rosita, 17 anni, sorda, senza una gamba amputata per un tumore, con metastasi in tutto il corpo, che domenica ha ricevuto felice la cresima in clinica e scrive sul suo quadernino attraverso il quale comunica col mondo che ringrazia Dio per la bella vita e la bella famiglia che le ha donato. La vittoria di Cristo è adesso in Isabell, che sorride ed è capace di amore dopo tutto quello che ha subìto. La vittoria di Cristo è adesso in Marchito, abbandonato a quattro anni dalla madre diciassettenne, che sa gioire ed essere felice per una cartina argentata di una caramella che svolazza nel cielo. (…) Quante volte al giorno mi ritrovo a dire: «Mio Signore, mio Dio, mio Tutto». Chiedo di poter essere fedele a quello che ho visto, e di poter portare io stessa nella mia stessa carne e nella mia stessa vita, così come tutti questi testimoni, la Sua resurrezione.


Rosa oggi stava malissimo. Mi colpisce la sua discrezione nell’esprimere il dolore. Così generosa di sorrisi splendenti, quando soffre nasconde il suo volto, si ritira, non facendosi notare. Era sola. L’infermiera le ha portato la morfina. Mi sono messa al suo fianco. Pregando le ho accarezzato la testa, finché non si è addormentata. A volte si può fare così poco (almeno così ci pare). Ma forse oggi Lui non aveva che queste mie povere mani per accarezzare la testa di Rosita.


Oggi alla Casita de Belem sono stata con Carol. È alto, non ha forza nel suo corpo, si accartoccia continuamente su di sé, ha due bellissimi e tristi occhi verdi e piange in continuazione. Spesso è come un lamento continuo, a volte uno o due minuti senza piangere e poi riinizia, a volte forte con le lacrime che gli segnano il viso. Mi sono seduta su una seggiolina, lo ho preso in braccio (non riesce a stare seduto), era disteso sulle mie gambe, tentavo di alzargli il busto e la testa per poter mettere un po’ di cibo nella sua bocca. Mio Dio come è misterioso il dolore innocente! Non ho potuto non pensare alla pietà di Michelangelo, lui era esattamente così, abbandonato sul mio corpo seduto, e tentavo di sorreggerlo. Come è umano il cristianesimo e come è divina – fin nei suoi aspetti più drammatici – la nostra vita. E pensavo a Maria, che ha tenuto così tra le braccia Suo figlio, l’unico vero innocente, il Santo innocente. Al dolore di quella madre. Al dolore di tutte queste madri nel mondo. So che c’è Cristo, a cui posso chiedere, domandare, offrire. Che posso riconoscere, servire, a cui posso tentare di dare da mangiare nel corpo ripiegato e accartocciato di Carol. E questo bimbo diventa come un figlio a cui tenti, cullandolo, di mettere un po’ di cibo nella bocca, e così madre ti senti figlia, come generata da questo misterioso dolore, come viva nel mondo grazie a chi in modo così misterioso – ma certamente fecondo – partecipa più carnalmente della croce di Cristo. (…)


Mi hanno raccontato la storia di Rosita e Oscar. Sono due dei bambini con cui sono stata in questo mese alla Casita de Belem. Ho saputo solo ora che quando sono arrivati alla Casita vi sono arrivati per morire. Piccolini, di qualche mese, Oscar aveva avuto due meningiti, malato di Aids, era in stato vegetativo. E così anche Rosita. Erano stati abbandonati moribondi, e alla Casita erano stati accolti perché potessero morire in pace. Ora hanno circa due anni. Oscar è un’esplosione di energia, forza, vitalità. Corre, grida, ride. Rosita ha appena incominciato a camminare, ho accompagnato, stupita e contenta, i suoi primi passi. Ora inizia a parlare, dice: «Rosita ciquitita». A loro è accaduta la stessa cosa che è accaduta a Lazzaro. Oscar e Rosita sono stati richiamati alla vita dall’amore di Cristo. Attraverso Cristina e padre Aldo, l’amore di Cristo ha richiamato in vita questi bimbi. Quello che mi è dato la grazia di vedere qui è esattamente la stessa cosa che hanno visto duemila anni fa, sbigottiti e stupiti, i discepoli di Cristo. Perché qui fioriscono così tanti miracoli?, mi sono trovata a chiedermi. In questo posto fioriscono le resurrezioni, i miracoli, perché ci sono uomini e donne che fondano la loro vita sul fatto di Cristo, sulla fede in Lui. Non su ciò che già sanno, sui loro progetti o schemi. Che spazio lascio io a Cristo, alla fede in Lui, nelle piccole (o meno piccole) cose concrete di ogni giorno? Ho visto in questo mese e mezzo di grazia che quanto più lascio spazio a Lui, quanto più poggio tutta la mia vita sul fatto di Cristo, tanto più la mia vita viene ricolmata di miracoli. Ed è così sorprendente il modo sempre nuovo e diverso in cui Cristo prende iniziativa con me. Non mi chiede che di lasciarGli spazio, di accoglierlo nei volti che mi pone innanzi, nei fatti che mi fa conoscere, nei suggerimenti e desideri che pone dentro al mio cuore. Che pace e che dramma! Che pace: perché è Lui che fa tutto, è Lui che in modo così attento e tenero tutte le volte prende iniziativa con me. Che dramma: perché lo spazio che io lascio a Cristo nella mia vita, lo spazio che lascio alla fede dipende tutte le volte da me. Dalla lotta tra ciò che io penso, progetto, immagino, istintivamente voglio fare e quello che Lui mi dà, che Lui mi pone innanzi tutti i giorni, attraverso cui mi chiede ogni volta di riconoscerLo e di essere Sua.


«Chi sei Tu? Chi sei Tu che mi hai chiamata qui, che mi hai voluta qui? Chi sei Tu che ti prendi così cura del mio piccolo niente?». Mai come in questo periodo questa domanda – piena di stupore e meraviglia – è sgorgata dal mio cuore commosso, a volte fino alle lacrime. Partendo dall’Italia, attraversando il Sud America, gustando panorami maestosi e splendenti, ascoltando e seguendo i passi dei santi, mirando i volti delle decine di Lazzaro che il Signore mi ha dato la grazia di incontrare. «Chi sei Tu che ami così teneramente, così appassionatamente, così fedelmente questo povero niente? Chi sei Tu che desideri mostrarmi i Tuoi prodigi, i Tuoi miracoli, i Tuoi angeli e i Tuoi santi che vivono in questa terra? Chi sei Tu, così attento ai desideri più profondi del mio piccolo cuore come a quelli più semplici e apparentemente banali?». La meraviglia, lo stupore, la gratitudine del Tuo amore infinito hanno travolto e inondato il mio piccolo essere, sempre più grato, lieto e certo che Tu sei.

LE EREDITA’ STORICHE DEL ‘900 – Prof. Daniele Celli

MATURITA’ 2004

Prima lezione

Cesena – 11 Marzo 2004

LE EREDITA’ STORICHE DEL ‘900

Prof. Daniele Celli

Preside e docente di Filosofia al Liceo Scientifico “Georges Henri Lemaitre” Rimini

(già Insegnante di Storia e Filosofia presso il Liceo Scientifico “A. Einstein” di Rimini)

Grazie dell’invito e spero che, per chi ha avuto occasione, in altre annate, di partecipare a una lezione tenuta dal sottoscritto, non si tratti di una replica un po’ stantia, ma che possa essere l’occasione di un nuovo incontro e di un nuovo momento di crescita personale e comune.

“Le eredità storiche del ‘900”, questo è il tema del nostro incontro, al plurale: ‘le eredità’, perché il Novecento è sicuramente un secolo, appena concluso, che ci ha lasciato in eredità un patrimonio articolato; ma per capire che cosa ci lascia in eredità il ‘900, credo che valga la pena innanzitutto cercare di ricostruire, in maniera molto essenziale, quelli che sono stati alcuni snodi, alcuni momenti chiave, alcune tappe fondamentali di questo secolo, avvertendo, com’è ovvio, che una ricostruzione complessiva del secolo non può essere esaustiva. A noi interessa fondamentalmente, e lo dico subito, cercare di mettere a fuoco alcune chiavi di lettura di questo secolo, con un avvertimento, un avvertimento metodologico che prendo in prestito da Manzoni, da I promessi sposi dove nel 31° capitolo, alla fine, Manzoni fa una sorta di brevissimo riassunto degli ultimi due capitoli, il 30° e il 31°, nei quali lui racconta la storia della peste. Ad un certo punto, nel ricostruirla avverte che la peste aveva provocato migliaia di morti soprattutto perché non si era capito che dietro la parola ‘peste’ c’era una realtà molto precisa, una malattia che aveva provocato una vera e propria epidemia: e se le parole si equivocano, se non le si capisce nel loro autentico significato, possono nascere un mucchio di guai e talvolta guai molto gravi, come nel caso della peste. Suggerisce Manzoni che le cose sarebbero probabilmente andate in modo diverso se si fosse proceduto correttamente nel considerare la peste, che inizialmente non si voleva assolutamente riconoscere, e che poi si conobbe – dice lui – per isbieco, in un aggettivo, febbri pestilenziali, poi peste sì ma in un certo senso, poi ci si attacca all’idea del venefizio e del malefizio, gli untori ricordate? Bene con tutto questo lungo giro tortuoso, alla fine si perde tempo, non si capisce la realtà, non si prendono le precauzioni necessarie e i morti si contano a migliaia. Per fortuna, non tutte le parole hanno avuto conseguenze di questo tipo, ma probabilmente i guai non sarebbero accaduti se si fosse adottato il metodo da gran tempo in uso: e qual è il metodo per parlare correttamente di un argomento, secondo Manzoni? Leggi il seguito di questo post »

Il lungo viaggio di Josip. Dall’infanzia alle atrocità della guerra

Il lungo viaggio di Josip. Dall’infanzia alle atrocità della guerra

tratto da: http://www.tracce.it/default.asp?id=399&id_n=11346

Michael D.O'Brien - L'isola del mondo

Michael D.O'Brien - L'isola del mondo

Ci sono libri che riconsegnano tutte le cose, perché ti aiutano a guardarle in modo nuovo, più vero e profondo: uno di questi è L’isola del mondo di Michael O’Brien. Vi si racconta la storia di un poeta croato dalla prima infanzia alla vecchiaia in un lungo viaggio fisico e spirituale che abbraccia la Vecchia Europa ed il Nuovo Mondo: Josip vive un’infanzia povera, semplice e felice in un piccolo villaggio, circondato da affetti che lo fanno crescere e camminare, mentre già inizia a palesarsi il dono di saper esprimere con immagini e parole il cuore profondo della realtà, dell’infinito fuori e dentro di noi. Con l’avvento delle feroci bande partigiane sul finire della Seconda Guerra Mondiale, la sua vita viene sconvolta da un male improvviso e radicale. Nel giro di poche ore, tutto ciò che ha di più caro gli viene strappato via e questo sarà solo il primo passo di una serie di dolorose privazioni e spoliazioni. L’isola felice sembra essersi inabissata per sempre e all’uomo non resta altro che affogare nel sangue, nelle tenebre, nella disperazione. Proprio laddove tutto sembrava perduto, proprio laddove sembrava esserci solo la sconfitta sotto il tallone dei tiranni ed il buio dentro e fuori di noi, ecco farsi strada quello che nemmeno più si osava sperare: una mano che ci trae a riva, e ci propone un cammino che si snoda per tutto il mondo, un cammino per tornare a casa e ritrovare quello che sembrava perduto. Eccoci, allora, capaci a nostra volta di gettare la mano nelle acque scure e sollevare chi in essa sta affondando, eccoci capaci di gettare un ponte tra noi e gli altri, e dare e ricevere amore e attenzione. Questo libro così intenso, commovente e poetico ci rammenta quello che troppo spesso preferiremmo dimenticare e che tante bugie e false consolazioni attorno a noi cercano di negare o di sopire: nella vita c’è davvero un accumularsi di ferite patite e alle volte inflitte, che palesano la grande ferita originale del peccato nella vita di ogni uomo; ogni uomo è a suo modo crocifisso, ed in modi diversi sente il dolore dei chiodi nelle mani, la lancia nel costato, l’arsura della sete. Ma il racconto di O’Brien mostra come proprio queste stesse ferite siano assolutamente fondamentali, perché possiamo decidere cosa farne, come viverle; possiamo apparentemente nasconderle e rinnegarle, magari sotto l’ubriacatura del potere nelle sue tanto molteplici forme (dalla brutalità sanguinaria delle ideologie, alla distaccata e complice indifferenza dei benpensanti); oppure possiamo attraverso di esse gridare tutto il nostro bisogno d’aiuto e d’amore e scoprire così come ci sia davvero Qualcuno che ci ama tanto da farsi piagare per noi e con noi, Qualcuno cui non è ignoto un singolo battito del nostro cuore e che attribuisce ad esso un valore infinito. Le ferite diventano così misteriose feritoie per ricevere questo Amore e, a nostra volta, donarlo ai nostri fratelli uomini coi diversi linguaggi che ci sono donati. L’ isola del mondo mostra con l’impareggiabile forza dell’arte come ogni vita umana sia a sua volta un messaggio per tutte le altre, una parola viva capace di illuminare e confortare. Josip riceve molti messaggi, nei luoghi più inaspettati, grazie a molti e diversi messaggeri, persone apparentemente insignificanti, ma capaci di donare amore e comprensione e così farsi largo nelle prigioni più tenebrose, ed egli diventa così a sua volta un messaggero di speranza, cui l’amore e il dolore dell’amore hanno dato davvero qualcosa da offrire, da dire. Il nuovo romanzo di O’Brien è stato paragonato alle opere di Bernanos e Mauriac per bellezza, intensità, profondità. Io mi limito ad aggiungere che questo libro è a sua volta, come la vicenda del suo protagonista, una parola viva, un messaggio da cui i nostri animi feriti ricavano luce, conforto e sprone nel cammino in quest’isola del mondo, nell’oceano infinito che la circonda e che l’abbraccia e che non sono le acque oscure dell’ignoto, ma il Cuore stesso di Dio. Questo è un libro che ruota attorno alle tre fondamentali domande che in esso ricorrono più volte: «Chi sei? Da dove vieni? Dove vai?», e che attraverso di esse ci consegna con rinnovato stupore la vastità e ricchezza della creazione, le dolorose e bellissime avventure della vita con le sue sconfitte, i suoi incontri, le sue aspettative ed i suoi miracoli, ma anche il valore del racconto, i diversi linguaggi delle cose e delle persone, e quel più profondo «silenzio che è la voce dell’amore». (Edoardo Rialti)

Suonare oltre la morte, lettere di amicizia. L’intervista integrale a Jonah Lynch

Suonare oltre la morte, lettere di amicizia. L’intervista integrale a Jonah Lynch

tratto da: http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=676&id_n=6541&Pagina=11

Pubblichiamo l’intervista integrale a J. Lynch, l’autore del libro “Aspettare insieme. Carteggio tra amici” presentato al Meeting il 26 agosto

«Caro Jonah, ma le stelle si possono raggiungere?». Sono domande come questa a segnare l’amicizia tra David Gritz, ragazzo ebreo rimasto ucciso in un attentato nel 2002 a Gerusalemme, e Jonah Lynch, vicerettore della Fraternità Sacerdotale di San Carlo Borromeo, raccolte nel libro “Aspettare insieme. Carteggio tra amici” (Marietti 1820, pag. 160, 14 €), che sarà presentato oggi alle 15.00 in Sala A2.
«Ci siamo incontrati in modo quasi fortuito – racconta Jonah –. Io ero nel sottoscala dello studentato a suonare, i primi giorni di università a Montréal. David arriva, con un violino, e si mette a suonare con noi senza dire nulla. La sera stessa, tornando da un concerto, discutevamo della bellezza e di Dio. Io, cresciuto nella campagna, non avevo mai trovato una persona con cui parlare di queste cose. Ci siamo ritrovati con le stesse domande, fin da subito». Leggi il seguito di questo post »

INVITO ALLA LETTURA – Aspettare insieme. Carteggio tra amici Presentazione del libro di Jonah Lynch e David Gritz (Ed. Marietti 1820)

INVITO ALLA LETTURA

tratto da: http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=673&item=4582#e4582

Martedì, 26 agosto 2008, ore 15.00

Aspettare insieme. Carteggio tra amici

Presentazione del libro di Jonah Lynch e David Gritz (Ed. Marietti 1820). Partecipano: Marina Corradi, Editorialista di Avvenire; Jonah Lynch, Fraternità Sacerdotale Missionari S. Carlo Borromeo

Moderatore:

Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano

MODERATORE:

Bene. Cominciamo questo momento pomeridiano di invito alla lettura che prevede la presentazione di tre libri di tre storie, di tre esperienze e saranno annunciati secondo l’ordine stabilito. Il primo, siamo già qui insieme ai nostri ospiti, riguarda il libro edito da Marietti, Aspettare insieme. Carteggio tra amici. Abbiamo qui i nostri ospiti che salutiamo: Marina Corradi e Jonah Lynch. Jonah Lynch è vicerettore del seminario della Fraternità Sacerdotale dei Missionari S. Carlo Borromeo. Marina Corradi è giornalista di Avvenire. Il libro ha una post-fazione di Massimo Camisasca, che è il fondatore e Rettore della Fraternità Sacerdotale S. Carlo Borromeo, che ha fortemente voluto questo libro e credo che oggi intuiremo il perché. Grazie, la parola a Marina Corradi.

Marina Corradi:

Io ho conosciuto Johah Lynch un paio di anni fa, per fare un’intervista per un libro sui sacerdoti della Fraternità S. Carlo, e l’ho visto per un’ora in un bar di Milano e siamo diventati amici, abbiamo avuto subito una grande affinità. Quando mi ha mandato questo suo libro e l’ho letto, ho pensato fra me che ha avuto coraggio a tirare fuori dal cassetto delle lettere scritte e ricevute da un amico quando aveva 20 anni, un coraggio che io non avrei, perché quando si hanno 20 anni e si scrive ad un amico molto caro, si dice veramente tutto quello che si ha nel cuore e nel caso particolare di questi due ragazzi, abbastanza fuori dell’ordinario, ciò che avevano di vero, che avevano nel cuore, era la domanda di senso, sul perché ci alziamo al mattino, sul perché viviamo. La prima impressione è che sia un libro un po’ spudorato, nel senso che scuote certi tabù, forse l’ultimo dei tabù, perché si può parlare di tutto oggi ma ciò di cui si parla meno volentieri è appunto il perché, il senso, perché siamo qui. La cosa singolare è che questa domanda comincia a muoversi nel contesto che è quello della McGill University di Montreal, che è assolutamente laico, e anzi, nel racconto che ne ha fatto personalmente Lynch, è un contesto di un gaio nichilismo, in cui certe domande sono evitate se non addirittura derise, eppure questi due ragazzi si incontrano e forse prima ancora della domanda di senso c’è la domanda, in tanta leggerezza c’è la domanda anteriore, se “davvero poi ci sia qualcuno che ci ha chiamato?”. Non è affatto scontato in questo nulla allegro e lieto che gira intorno a questi due ragazzi che la risposta debba volgere ad un positivo. David è un ebreo non praticante, che si dice non credente per mancanza di dati. Mi è venuto in mente che poteva far suo, questo ragazzo, delle parole di Kafka che mi sono rimaste in mente, cioè questa frase: “Anche io come chiunque altro ho in me fin dalla nascita un centro di gravità che neanche la più pazza educazione è riuscita a spostare, ce l’ho ancora questo centro di gravità ma in qualche modo non c’è più il corpo relativo”. Questo ragazzo sembrava avere dentro come una radice perduta, qualcosa a cui nemmeno più sapeva dare un nome, però sapeva che qualcosa c’era. Lynch è invece figlio di cattolici irlandesi, che hanno attraversato quasi un’epopea, fra l’Irlanda e l’Oregon, cresciuto in maniera avventurosa, radicale per temperamento. Però questa sua fede aveva attraversato una specie di diaspora della tradizione cristiana, che molti di noi in Occidente hanno attraversato, cioè alla fine non credeva più in niente. Mi ricordo che quando lo conobbi mi raccontò che quello che gli restava della sua fede era stato travolto dalla lettura dei Fratelli Karamazov, da quelle pagine terribili e strazianti che sono quelle in cui Ivan dice “del dolore degli innocenti” e questo mi aveva molto accomunato a lui, perché anch’io da ragazza avevo letto lo stesso libro e ne ero stata praticamente annientata, come se questo dolore degli innocenti fosse un’obiezione a cui non potevo trovare una risposta. Ecco, Lynch ha avuto il coraggio di portare alla luce queste lettere che parlano del grande tabù. Io quest’estate ho frequentato gente di tutti i tipi, e a tavola, parlando con tanta gente, amici e conoscenti, pensavo, però parliamo di tutto, di tutte le sciocchezze possibili, ciò di cui non parliamo mai, come se fosse indicibile, è appunto il senso, Dio e ancora di più Cristo, un Dio di carne. Sembra quasi, a volte, maleducato pronunciare questi argomenti, quasi fossero inopportuni, invece tutto questo dialogo è spudoratamente su questa domanda; ad un certo punto Lynch dice all’amico: “Se Gesù era Dio, cambia tutto”, con questa obiezione radicale e sbalordita di uno che viene da una storia cristiana, l’ha dimenticata e la riscopre, ed è sbalordito. Il ragazzo che viene dall’ebraismo lo ascolta stupefatto, obietta ed ha una sorta di atteggiamento recalcitrante di fronte a questo Dio così scandalosamente uomo. Ma come dice don Massimo Camisasca, questo David era ricerca pura, era un girovago nell’Europa con il suo amico o senza, tra Parigi e tutto l’Occidente, sempre con questa grande domanda irrequieta addosso. Anche la forma mi ha commosso, perché queste e-mail scritte in fretta, prima che cada la linea, perché parliamo di sette/otto anni fa, quindi non eravamo all’internet di adesso, eppure in questa forma elettronica che è veloce e concisa, la domanda è la stessa dei rotoli di Qumram o dei monasteri Benedettini. C’è una domanda che mi ha colpito molto nel libro, che David fa a Lynch: “Mi piacerebbe che tu mi parlassi della preghiera; dimmi soltanto, se non ti dispiace, come vivi con essa e in essa parlami del suo effetto sulla tua vita e della relazione con il tempo in generale”. Lui stesso, però, aveva avuto un’intuizione in questo senso. Scriveva pochi anni prima: “Dobbiamo ricorrere a qualche tipo di metodo archeologico per stabilire cosa giace in fondo al nostro corpo, per scavare sotto la montagna di stupidaggini che ci hanno condizionato fino ad ora e trovare la pietra preziosa”. Jonah risponderà a quest’intuizione dell’amico anni dopo, citando una frase del Senso Religioso di Giussani: “Essere consapevoli di noi stessi fino in fondo significa accogliere nel profondo di noi stessi un Altro, questa è la preghiera, essere consapevoli di noi stessi fino in fondo, fino ad incontrare un Altro”. Mi ha anche, per coincidenza di letture, incuriosito nei Diari di Etty Hillesum, che è una giovane ebrea morta ad Auschwitz, è che ha attraversato nel lager una misteriosa conversione tacita al cristianesimo, torna la stessa intuizione di David, quasi nella stessa forma: “Un pozzo molto profondo è dentro di me e Dio c’è in quel pozzo, qualche volta riesco a raggiungerlo, più spesso pietre e sabbia lo coprono, allora Dio è sepolto, bisogna allora che lo dissotterri”. Comune in questi due ragazzi ebrei, che avevano dimenticato la loro memoria esplicita. il senso di una pietra preziosa da dissotterrare nuovamente. La strada in cui questo fatto si compie è l’incontro fra di loro, come se la strada fondamentale fosse lo scambio e lo scontro fra due uomini, come se proprio ontologicamente la struttura dell’uomo fosse un rapporto. Mi veniva in mente quel verso di Hölderlin, bellissimo, che è anche il titolo di un libro di Eugenio Borgna, “Noi siamo un colloquio”, cioè noi siamo radicalmente portati verso un altro e in quell’altro noi scopriamo noi stessi, che è anche ciò che dice l’Antico Testamento, “non è bene che l’uomo sia solo”. Ecco è singolare come in quella Montreal svagata, in una lezione di un insegnante di CL, che è John Zucchi, è David, è l’ebreo, a cogliere più intensamente una frase che questo professore dice. La frase è: “La moralità non è una regola ma l’espressione di una appartenenza” ed è David che insiste con l’amico perché si vada cercare, finita la lezione, quel professore, per capire cosa voleva veramente dire, che segreto c’era sotto questa frase che li affascinava ma che non riuscivano a decifrare. Quindi in fondo è David che conduce l’amico verso la fede cristiana, poi negli anni, quando Lynch matura questa sua fede, avrà quasi la pretesa di portare l’amico alla fede cristiana, a quella verità che per lui è l’unica e la splendida, però non accade. Accade, invece, che in una lettera entusiasta, David scriva da Parigi: “Ho vinto una borsa di studio per andare a Gerusalemme, sono uno dei tre”, ed è felice; va a Gerusalemme e l’assurdo è che finisce in questa guerra che apparentemente non lo riguarda, lui è nato a Parigi, figlio di una croata, cosa c’entra nel conflitto tra Palestinesi e Israeliani, e però questo modo di morire, nel conflitto del suo popolo, mi sembra, a Gerusalemme, la città del muro, ma anche la città della tomba scoperchiata, della morte sconfitta, mi sembra come un segno, cioè tu leggi, è folle morire a questo modo, a 20 anni, con questa intelligenza, con questo splendore di talenti, e ti atterrisce pensare a suo padre e sua madre, a come hanno fatto a non essere annullati dal dolore. C’è però una frase che rimane, come una traccia che rimane, in fondo a questo libro, una frase che David ha scritto nel ’97. David si è chiesto: “Ma perché evitare il dolore in qualsiasi forma? Non possiamo accettarlo? Potrebbe essere la strada giusta, forse dovremmo accogliere a braccia aperte il mare che ci porta alla deriva”. Se ci pensate, un ebreo, nemmeno praticante…. questa è l’intuizione della croce cioè del dolore abbracciato; questo ragazzo nella sua ricerca, oscuramente, ha avuto l’intuizione della croce. Perché dobbiamo ribellarci al dolore, che è ciò che facciamo tutti? Potremmo abbracciarlo: forse è la strada giusta. Ecco poi, che uno che ha detto una cosa simile finisca in questo modo, in quel luogo, è una cosa che a me sembra un segno e quindi ho capito alla fine il coraggio di Lynch nell’estrarre queste lettere così intime dal cassetto, cioè dare ragione di una speranza, il motto paolino – dare alla nostra speranza una ragione, cosa che così spesso, per pigrizia o per timore, non facciamo. Vi ringrazio. Leggi il seguito di questo post »

Aspettare insieme – Intervista all’autore, Jonah Lynch

Aspettare insieme

La storia d’amicizia tra due appassionati di musica. Entrambi agnostici riscopriranno le radici della rispettive fedi. Intervista all’autore, Jonah Lynch

tratto da: http://www.tempi.it/tempi-book/001896-aspettare-insieme

di Chiara Sirianni Sono lettere che raccontano il viaggio di due amici. Entrambi partono da una posizione agnostica, poi Jonah Lynch diventa sacerdote cattolico grazie alla Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo di Roma; David Gritz approfondisce sempre di più le sue radici ebraiche fino a condividere la sorte tragica del suo popolo. David morirà a Gerusalemme per un attentato nel bar dell’università, il 31 luglio 2002. Ora, la loro corrispondenza è stata raccolta in un libro (Aspettare insieme, Lynch Jonah, Gritz David, postfazione di don Massimo Camisasca, Marietti 1820, pp. 184, 14,00 euro). Lungo la strada da Montrèal a Roma, e da Parigi a Gerusalemme, si raccontano i loro amori, la loro musica, la loro vita. La loro storia è una testimonianza di amicizia e di speranza. Ne parliamo con Jonah Lynch.

Perché pubblicare delle lettere tanto personali?

Per condividere con tutti questa testimonianza di amicizia, che ritengo molto ricca. Credo che l’amicizia fra me e David sia stata in sé straordinaria, perché mi ha insegnato a tenere insieme elementi apparentemente opposti, «concentrazione senza eliminazione», direbbe Eliot. Penso che la vita di David possa essere una testimonianza di questa totalità vissuta. Leggi il seguito di questo post »

FACEBOOK/ 4. Quella maschera virtuale che inganna noi e gli altri

FACEBOOK/ 4. Quella maschera virtuale che inganna noi e gli altri

sabato 13 giugno 2009

Sulla questione della presunta neutralità del mondo e delle cose che si fanno del mondo, si gioca una partita decisiva. Mentre, tutto sommato, l’alterazione della percezione della realtà che strumenti pre- illuministici (la ruota, il coltello, la leva…) potevano avere era limitata, ciò non vale più per gli strumenti della nuova tecnologia. Abbiamo anche visto alcuni accenni di questa differenza.

Ma perché ce l’ho con Facebook? È un esempio di quei “social network” che da qualche anno spuntano come funghi. È fondamentalmente una “piazza” che permette alle persone di incontrarsi, mettere su delle vetrine dove esporre se stessi e tenersi in contatto. Dovrebbe essere una boccata d’aria fresca rispetto alle aberrazioni di cui la rete è piena. E invece? Leggi il seguito di questo post »

FACEBOOK/ 3. Vere e finte realtà. Sulle tracce di Cartesio

FACEBOOK/ 3. Vere e finte realtà. Sulle tracce di Cartesio

tratto da: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=22997

domenica 7 giugno 2009

Descrivere una situazione non è ancora giudicarla.

Ieri abbiamo visto, attraverso qualche esempio, che tutte le cose che entrano nel nostro orizzonte cambiano il nostro modo di percepirci e di percepire ciò che sta fuori di noi. La mia tesi per oggi è che ciò avviene in un modo particolarmente potente nelle nuove tecnologie, proprio perché mutano la percezione fondamentale del rapporto tra uomo e realtà. Ma andiamo per gradi. Leggi il seguito di questo post »

FACEBOOK/ 2. La tecnologia è davvero neutrale? Quando certi miti odorano di zolfo

FACEBOOK/ 2. La tecnologia è davvero neutrale? Quando certi miti odorano di zolfo

tratto da: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=22997

sabato 30 maggio 2009

“Ma se la tecnologia viene dal demonio, cosa fai lì a scrivere dietro a un bellissimo Macintosh per un quotidiano che esiste esclusivamente online?!”

Calma: c’è una bella differenza tra dire che la tecnologia non è neutrale, e dire che è intrinsecamente cattiva. Qui bisogna distinguere bene. Per “neutrale” (“Internet è un mezzo neutrale”) si intendono solitamente due cose. Primo, che Internet non è stato inventato dal demonio. E anche se ci fosse puzza di zolfo, dal momento che ci sono anche tanti bravi scienziati e informatici coinvolti, in ogni caso non è soltanto demoniaco. E quindi non è soltanto cattivo. Se viene usato male, è perché degli uomini lo usano così. Fin qui, tutto bene.

Il problema è che a questo punto si tende a fare un passaggio ingiustificato. Cioè, si tende a pensare che, trattandosi di un “mezzo neutrale”, sarà esclusivamente l’utente a usare la tecnologia. Ma questo non è vero: è anche la tecnologia a “usare” l’utente. Leggi il seguito di questo post »

FACEBOOK/ 1. Quando per essere amici bastano i chip. Ma sarà davvero così?

FACEBOOK/ 1. Quando per essere amici bastano i chip. Ma sarà davvero così?

sabato 23 maggio 2009

“Ascoltare un disco è come andare a letto con una foto di Brigitte Bardot”, disse il grande direttore d’orchestra Sergiu Celibidache. Qualcosa viene perso nella traduzione dal vivo al disco, qualcosa di vitale. La mia tesi è che la stessa dinamica opera in molti altri ambienti creati dalla tecnologia, e che ciò che viene perso a volte è l’essenziale.

Sono ormai anni che discuto di questo tema. So bene che è facile essere frainteso e tacciato di luddismo. Molto spesso l’obiezione principale è “ma se quello che tu dici è vero, allora devo buttare via il cellulare e il computer, come minimo”. È un’obiezione lecita, e la affronterò nella mia conclusione. Ma spesso è un’obiezione che impedisce di riflettere con adeguata serietà sui cambiamenti in atto. Don Luigi Giussani ha scritto: “Incominciamo a giudicare: è l’inizio della liberazione”. Sono ormai 10 milioni gli iscritti italiani a Facebook: voglio arrischiare un giudizio, e, perché no, lanciare un allarme. Leggi il seguito di questo post »