Asilo de Dios Un Dvd per sostenere l’opera di don Aldo Trento in Paraguay. Il Dvd Asilo de Dios sarà in vendita con Tempi a partire da giovedì 17 dicembre*.

Asilo de Dios

Un Dvd per sostenere l’opera di don Aldo Trento in Paraguay. Il Dvd Asilo de Dios sarà in vendita con Tempi a partire da giovedì 17 dicembre*.

tratto da: http://www.tempi.it/appuntamenti/008078-asilo-de-dios

di Tempi

Asilo de Dios.
Un DVD per sostenere l’opera di don Aldo Trento in Paraguay

«Se quello che ho visto è Dio, anch’io posso credere in Lui». Il viaggio di un giornalista ateo nella clinica Divina Providencia

Cari amici,
in questo Dvd realizzato da Telefuturo, la più importante tivù del Paraguay, protagonisti della trasmissione sono i malati terminali di Aids e di altre malattie. Tutti “figli di Dio”, che hanno vissuto nella strada e che grazie a tanti amici abbiamo recuperato e seguiamo tenendo presente che il nostro compito è che muoiano come persone umane.
Il giornalista è Humberto Rubin, il più importante giornalista del Paraguay, ateo, che dopo aver realizzato questa trasmissione ha detto: «Se quello che ho visto è Dio, anch’io posso credere in Lui».
Proporre a una persona di comprare il Dvd significa risvegliare la coscienza della propria responsabilità di fronte alla realtà e al destino. Quanto più un uomo è appassionato alla realtà e al proprio destino, tanto più vive il lavoro con gusto, vibrando nella solidarietà verso tutti. Guardare questo Dvd permette di prendere coscienza del perché dell’esistenza, del suo valore, qualunque sia la condizione in cui si svolge, e nel medesimo tempo essere protagonisti di quello che uno fa.
Inoltre comprando questo Dvd si aiuta a portare avanti un’iniziativa della Divina Provvidenza, la grande protagonista di tutto. È un modo per far sì che migliaia di bambini, anziani, malati terminali possano essere assistiti ogni giorno (mese o anno) presso le nostre strutture.
L’opera San Rafael è un esempio di come può essere il mondo quando uno apre il suo cuore al Mistero, sentendo il proprio io solidale con gli altri di tutto il mondo.
p. Aldo

Il Dvd Asilo de Dios sarà in vendita con Tempi a partire da giovedì 17 dicembre*.
Tempi più dvd: 9 euro

Se non trovi il Dvd nelle edicole o vuoi prenotarne più copie, scrivi all’indirizzo e-mail daniele.guarneri@tempi.it.

Metà del ricavato delle vendite sarà devoluto alle opere della Fondazione Centro San Rafael di aiuto alla vita

*solo nelle regioni in cui Tempi è in vendita autonomamente

Papa Benedetto XVI agli artisti: “Custodi della bellezza, testimoni di speranza”

TESTO INTEGRALE/ Papa Benedetto XVI agli artisti: “Custodi della bellezza, testimoni di speranza”

(© L’Osservatore Romano – 22 novembre 2009)

Signori Cardinali, venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, illustri Artisti, Signore e Signori! Con grande gioia vi accolgo in questo luogo solenne e ricco di arte e di memorie. Rivolgo a tutti e a ciascuno il mio cordiale saluto, e vi ringrazio per aver accolto il mio invito. Con questo incontro desidero esprimere e rinnovare l’amicizia della Chiesa con il mondo dell’arte, un’amicizia consolidata nel tempo, poiché il Cristianesimo, fin dalle sue origini, ha ben compreso il valore delle arti e ne ha utilizzato sapientemente i multiformi linguaggi per comunicare il suo immutabile messaggio di salvezza. Questa amicizia va continuamente promossa e sostenuta, affinché sia autentica e feconda, adeguata ai tempi e tenga conto delle situazioni e dei cambiamenti sociali e culturali. Ecco il motivo di questo nostro appuntamento. Ringrazio di cuore Mons. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, per averlo promosso e preparato, con i suoi collaboratori, come pure per le parole che mi ha poc’anzi rivolto. Saluto i Signori Cardinali, i Vescovi, i Sacerdoti e le distinte Personalità presenti. Ringrazio anche la Cappella Musicale Pontificia Sistina che accompagna questo significativo momento. Protagonisti di questo incontro siete voi, cari e illustri Artisti, appartenenti a Paesi, culture e religioni diverse, forse anche lontani da esperienze religiose, ma desiderosi di mantenere viva una comunicazione con la Chiesa cattolica e di non restringere gli orizzonti dell’esistenza alla mera materialità, ad una visione riduttiva e banalizzante. Voi rappresentate il variegato mondo delle arti e, proprio per questo, attraverso di voi vorrei far giungere a tutti gli artisti il mio invito all’amicizia, al dialogo, alla collaborazione. Leggi il seguito di questo post »

Se la fiaba perde la bussola

Se la fiaba perde la bussola

Ecclesiastici sessuofobi, bimbi lascivi e un mondo in cui il relativismo trionfa gettando il crocifisso in mare. Pronti per il film di Natale di quest’anno?

«Le mie simpatie vanno al tentatore, assolutamente. L’idea è che il peccato, la Caduta, sia stata una cosa molto positiva. Se non fosse successa noi saremmo ancora dei giocattoli nelle mani del Creatore». Quest’affermazione, che non stupirebbe leggere nelle retoriche affermazioni di qualche pensatore ottocentesco da quattro soldi, campeggiano trionfalmente sulla quarta di copertina della trilogia fantastica di Philip Pullman, Queste oscure materie, da cui la New Line ha tratto un adattamento cinematografico del primo volume che uscirà a Natale, La bussola d’oro (The Golden Compass). Questo dunque è il “film per le famiglie” che ci vedremo proporre molto presto; questo è il film che tanti genitori vedranno assieme ai loro bambini, e che è solo la punta acuminata e tagliente dell’iceberg del problema del perpetuo e costante attentato alle strutture basilari della conoscenza umana in tanta letteratura per ragazzi.

Pullman riadatta i primi capitoli della Genesi per i suoi lettori bambini e adolescenti in una cornice fatta di viaggi tra i mondi, battaglie, tradimenti e creature fantastiche, ma la prospettiva è ribaltata: gli eroi qui sono Satana e i suoi, che hanno aiutato l’umanità schiava del proprio geloso Padrone. Protagonista è una bambina che si rivela essere la nuova Eva: aiutata da un oggetto capace di rivelare i segreti di ogni cosa, la bussola d’oro appunto, riesce a uccidere Dio e a liberare le anime dal terrore della morte, permettendo finalmente loro di dissolversi nel cosmo, scopre le gioie della sessualità con il suo amico dodicenne – in questo consiste il “frutto proibito” che la Chiesa odia e teme, descritto in pagine capaci di suscitare davvero cattive suggestioni nei giovanissimi lettori – e instaura la gioiosa “Repubblica dei Cieli” che si contrappone al perfido “Regno dei Cieli” e ai suoi ipocriti servitori, una Chiesa fatta di fanatici assassini, sadici sessuofobi e mutilatori.

Il partito dei “buoni” allinea invece un’accozzaglia davvero raccomandabile: assieme ai due protagonisti – poco tratteggiati e pieni di problemi con le rispettive famiglie, così da favorire l’identificazione di ogni adolescente – e ad alcune figure classiche delle fiabe (il re reietto e il vecchio guerriero saggio) ci sono un clan di streghe che si scoprono essere state calunniate dalla Chiesa, due angeli omosessuali (sì, omosessuali!) e una ex-suora che diventa il “Serpente” della storia, che saprà indicare ai due giovani la via della vera libertà e autocoscienza: la scoperta che non esistono il bene e il male, ma solo ciò che fa bene o male a te e agli altri. La grande liberazione qui non è come in Tolkien gettare l’Anello delle Tenebre e del Potere nelle fiamme da cui è venuto – rispedito al mittente – ma scagliare un Crocifisso in fondo al mare, e con esso tutti gli odiosi sensi di colpa e i sacrifici.

L’adattamento cinematografico pare sia un poco annacquato: allo scopo di evitare che qualche genitore cristiano un poco meno rimbecillito storca il naso davanti alle più evidenti parodie e accuse al cristianesimo la Chiesa è chiamata “Magisterium” (come nel libro del resto, ma chi conosce il latino?) e i suoi perfidi gerarchi non indossano l’abito talare ma una sorta di divisa militare. Nicole Kidman, che interpreta la malvagia e fanatica Miss Coulter, assicura che la sua coscienza di cattolica è a posto: il film non è contro la Chiesa, è solo contro Dio, quindi c’è di che star sereni, no? In ogni caso anche una versione edulcorata sarà la migliore cassa di risonanza perché i libri di Pullman siano letti e il suo messaggio diffuso. Le migliori menzogne sono quelle che lavorano piano piano, e la più grave che Pullman propone, e di cui ben pochi colgono la valenza tragica per i suoi giovani lettori, è la segreta radice anche dei suoi rabbiosi e superficiali attacchi alla Chiesa: per Pullman la libertà è indipendenza, non amore. Anche Lewis e Tolkien e migliaia di poeti prima di loro ci avevano ricordato che bisogna lottare contro la tirannide che opprime il mondo, ma questo perché c’è un vero ordine e una vera autorità che libera dalle menzogne degli oppressori. Qui invece non c’è nessun Re di cui aspettare il ritorno, come ci aveva insegnato Tolkien, e nessun valoroso Leone capace di farsi uccidere per te, come Lewis. Si dirà che è solo una storia, se non fosse che gli uomini, piccoli o grandi che siano, sono vinti, convinti e interrogati molto più dalle storie che dalle teorie.

Da sempre le grandi storie aiutano a riconoscere quanto c’è di bello, buono e vero nel cosmo e a difenderlo e proteggerlo. Molti dei fantasy di maggiore successo degli ultimi anni sono invece un esplicito attentato a questa fondamentale percezione del mondo e di se stessi: Pullman è solo la punta appariscente di un fenomeno ben più vasto.

Ecco Eragon, dove il cavaliere non lotta più contro il drago, simbolo di distruzione e di morte, ma lo cavalca e ne sfrutta la potenza distruttiva: non ci sono cose buone o cattive, ma solo un potere che vale la pena controllare. Ecco Harry Potter, dove la stregoneria – manipolazione violenta della realtà – viene proposta come ideale positivo.

L’anello di Tolkien che cade sulla neve e si trasforma in una raffinata bussola dai segni misteriosi. È questa la trovata pubblicitaria scovata dalla New Line, per sponsorizzare La bussola d’oro, così da legare la pellicola al successo del Signore degli Anelli. Un’immagine che suggerisce qualcosa di profondo e sinistro: questa bussola, che pretende di indicare la vera via alla conoscenza e alla libertà, non fa che “ghermirci e nel buio incatenarci”, come i versi oscuri incisi sull’Anello del Potere. Solo storie, si dirà. Sì, storie. Cioè la cosa più seria che ci sia. Che c’è di male in un drago cavalcato o in un protagonista che cerca il potere e la magia anziché rifiutarla? C’è che chi corrompe il nostro modo di guardare corrompe il nostro modo di pensare e agire.

di Rialti Edoardo

Tempi num.48 del 29/11/2007

 

ESCLUSIVA/ Scola: le chances di un cristianesimo vivo oggi

ESCLUSIVA/ Scola: le chances di un cristianesimo vivo oggi

tratto da: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=50594

lunedì 23 novembre 2009

In questa intervista il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, parla della situazione “precaria e traballante” in cui si trova l’uomo postmoderno e delle chances del cristianesimo. La sfida educativa, l’esperienza elementare, le neuroscienze, il crocifisso e il riaccadere dell’avvenimento cristiano dentro tutti gli ambiti dell’esistenza.

A Brescia Benedetto XVI ha parlato di «emergenza educativa… come il 68». La Cei ha impegnato il prossimo decennio proprio su questo tema. Qual è la natura di questa emergenza?

Questa emergenza è dovuta al fatto che, soprattutto in Europa, si è in un certo senso interrotta la cura tra generazioni. È come quando in una catena si spezza un anello. Questo dato ci provoca a un ripensamento globale degli stili di vita propri dell’uomo europeo, perché la cura delle generazioni passa attraverso la “tradizione” di uno stile di vita buona. E la tradizione favorisce, come diceva Giovanni Paolo II, la scoperta che la nascita di ognuno di noi non è mai riducibile al puro inizio (biologia), ma implica sempre anche un’origine (genealogia). Mette in campo la catena delle generazioni che garantisce quell’esperienza compiuta di paternità-figliolanza senza la quale non si dà la persona con la sua capacità di esperienza e di cultura. Questa dimensione integrale della nascita è sottovalutata dall’uomo contemporaneo, soprattutto nella nostra area europea ed atlantica. Leggi il seguito di questo post »

Aldo Trento: Lettera a F.

Aldo Trento: Lettera a F.

Cara F., Gesù ti ha fatto innamorare di un altro uomo perché vuole che diventi una donna matura. Cioè finalmente Sua

di Aldo Trento

Caro padre Aldo, mi chiamo F., conosco la tua esperienza umana tramite il settimanale Tempi. Perdonami il disturbo, ma ho bisogno di ricevere da te parole di conforto che mi permettano di ritrovare lo sguardo a Cristo, in questo momento di dolore e confusione. Sono sposata e ho tre figli meravigliosi. Sono “figlia del movimento” (Comunione e liberazione, ndr), nata e cresciuta – per grazia – in questa storia e in una bella famiglia, con due genitori che hanno educato me e i miei fratelli a godere della bellezza che solo la compagnia di Gesù può donare. Alcuni anni fa io e mio marito, per motivi lavorativi, ci siamo trasferiti nella città dove io sono cresciuta e dove vive la mia famiglia. La vita assieme ha cominciato a starci stretta: ho rivisto i miei vecchi amici, mi sono sentita accolta e abbracciata con un affetto e una carità incredibili. Anche mio marito, abbastanza critico all’inizio, ha cominciato a sentirsi bene e a farsi coinvolgere, arrivando a partecipare alla vita della fraternità.
Passano alcuni anni di serenità, fino a quando l’estate passata non mi sono innamorata di un amico, con cui condivido molte iniziative che coinvolgono le nostre rispettive famiglie. È successo in modo inspiegabile. Entrambi stavamo portando avanti un progetto di carità, e questo sentimento come un fulmine ha colpito tutti e due. Ci siamo resi conto, di punto in bianco, di essere innamorati uno dell’altra. Non perché abbia problemi con mio marito, ma perché con questo amico ho incontrato una corrispondenza che dava un gusto nuovo alla mia vita. E nemmeno perché il suo matrimonio fosse una fatica cronica da sempre… Queste, io credo, sono solo chiacchiere da bar, degli psicologi che vogliono trovare a tutti i costi la causa di quello che è successo e che ha investito la nostra vita. Sarà il demonio che si è infiltrato? Perché io penso che sia un dono per me, per il mio matrimonio e per il matrimonio di quest’uomo di cui sono, corrisposta, innamorata. Può essere questo imprevisto un’occasione per andare più a fondo della mia relazione con mio marito? È sensato e ragionevole “tagliare” (come non mi piace questo modo di dire), allontanarci e allontanare le nostre famiglie, i nostri figli?
Per carità, non vivo nel mondo delle favole e so come vanno queste cose, però abitiamo in una città piccola e in una ancor più piccola comunità borghese (nonostante la quantità di incontri gradevoli, ma pettegoli). Non dico questo perché voglio sentirmi dire che la mia vita può continuare come prima! Vorrei sentirmi abbracciata nel mio limite, nella mia fragilità e nel dolore e nella tristezza che ora devo vivere. Io che non mi sono mai rifiutata di guardare in faccia il mio male. E da lì non faccio mai un passo indietro. Eppure stavolta mi fermo, e non vedo più il Bene e ciò che di buono c’è in me! Ma cosa vuole Gesù da me?
Ho poche certezze, ma credo che questa croce sia per me, perché la mia vita diventi più bella e santa! Desidero questo per me e per i miei figli. È un dolore non poter vivere con la libertà che vorremmo questo amore, però su questo punto siamo stati subito chiari… Vorrei capire come dovrei pormi di fronte a questa cosa e viverla per riconquistare la luce negli occhi che tutti sempre mi hanno invidiato, e il mio sorriso! Ti ringrazio, prego per
te e per tutti i tuoi figli. Un abbraccio.

F.

Cara F., incontrando Cristo ho incontrato la positività della realtà, della creazione che, come afferma san Paolo: «Geme interiormente aspettando la resurrezione dei figli di Dio». Che una persona, sposata o no, prete o no, possa innamorarsi è qualcosa che sta dentro la natura umana, forma parte dell’umano. Di conseguenza anestetizzare, condannare, tagliare, fuggire, censurarhttp://cooperatorveritatis.wordpress.com/wp-admin/post-new.phpe qualsiasi desiderio umano è un tentativo di eliminare l’umano, l’uomo. Il problema è, al contrario, assumere tutto l’umano e in questo caso la situazione nuova che si presenta nella tua vita, e andare a fondo della questione, prendere sul serio il tuo cuore. Sì, prendere sul serio il tuo cuore, perché non esiste criterio più oggettivo e infallibile per giudicare ciò che riguarda la vita, la verità o la falsità di un sentimento. Però il cuore inteso non come dimensione della realtà, o confondendolo col “mi piace-non mi piace”, ma piuttosto come finestra aperta all’infinito, come quell’insieme di esigenze e di evidenze elementari che possiamo tradurre in quel poderoso desiderio di amore, di felicità, di giustizia, di bellezza e di verità che sta all’origine di tutto il movimento umano.

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Armonia delle stagioni

Armonia delle stagioni

tratto da: www.sancarlo.org/it/?p=1963

E’ in libreria la proposta natalizia della casa editrice Marietti 1820. Il libro si intitola “Armonia delle stagioni” (pp. 169, 25 euro) e fa parte della prestigiosa collana “Biblioteca dell’Alleanza” a cui già hanno contribuito, fra altri, Joseph Ratzinger e Luigi Giussani. Il volume si compone di immagini in bianco e nero che commentano delle brevi riflessioni di Massimo Camisasca, superiore della Fraternità San Carlo. L’autore delle fotografie è Elio Ciol, pluripremiato fotografo friulano le cui opere sono arrivate fino al Metropolitan museum di New York.
I due autori si sono stimati a distanza per anni; ora per la prima volta collaborano a un’opera a metà fra un libro d’arte e un saggio sul tempo e sulla teologia. «Ciò che finisce è troppo breve – scrive Camisasca rivelando le sue approfondite letture di Sant’Agostino – se ciò che comincia e ci appassiona, rendendo affascinante il vivere, dovesse finire, la vita non sarebbe allora un’insopportabile ingiustizia?». Ciol dice altrettanto con le sue immagini commoventi, informati dalla sua profonda umiltà e dalle sue radici rurali, che comunicano l’amore che l’artista ha per la sua terra.
Forse fa scalpore che un prete cattolico intitoli un capitolo “La più bella esperienza, innamorarsi”. Ma è proprio così, e l’autore si spiega scrivendo che l’innamoramento è una profezia del compimento di tutto il reale. E ancora, l’ambiente in cui viviamo non è appena un museo. È qualcosa di vivo, anzi è un simbolo che conduce oltre ciò appare. Il valore di un particolare si rivela sempre nel suo nesso con il tutto, e proprio ciò è l’esperienza che sorge spontanea in chi guarda le fotografie di Ciol. «L’intento di questo libro è accompagnare il lettore dentro ad una grande verità – afferma Camisasca – lo sguardo autenticamente umano è quello che sa abbracciare tutto l’universo, senza censurare nulla».
Molti altri titoli dei capitoli sono fortemente suggestivi: “Vivere è condividere la vita”, “Il lavoro, strada per imparare ad amare”, “La povertà nella luce della felicità” sono tutti modi originali per guardare tematiche da secoli al cuore della riflessione cristiana.
Camisasca ci accompagna stagione dopo stagione, mese dopo mese, ad entrare nella sinfonia dei tempi della Chiesa. Scopriamo così che la liturgia non è un rito per persone pie, ma è la rivelazione del senso nascosto delle cose. È un libro intriso di una forte spiritualità, che mette in evidenza l’eco profonda fra la realtà creata, la natura e l’uomo, e la vita della Chiesa nei suoi tempi forti: Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua. Siamo di fronte quindi ad un libro breve nelle pagine, ma che ci accompagnerà per un anno intero.

Massimo Camisasca
Armonia delle stagioni.
I tempi dell’uomo, della natura, della liturgia
Con fotografie di Elio Ciol
Marietti 1820, 2009

itacalibri

Aldo Trento: Commemorare i santi e i defunti è una prova di ragione

Aldo Trento: Commemorare i santi e i defunti è una prova di ragione

tratto da:http://www.tempi.it/opinioni/007947-aldo-trento-commemorare-i-santi-e-i-defunti-una-prova-di-ragione

Solo l’ubriaco dimentica che «verrà la morte e avrà i tuoi occhi»

di Aldo Trento

Mentre i disorientati giocavano a fare Halloween, noi che ancora amiamo e usiamo la ragione ci apprestavamo a vivere il giorno di Ognissanti e la commemorazione dei defunti. Due date differenti: 1 e 2 novembre. Due giorni dedicati agli estinti, ma ontologicamente una cosa sola. Perché? Chi sono i santi? Sono tutti quei defunti che hanno vissuto la loro vita con la coscienza più o meno chiara della loro relazione con il Mistero. Quei defunti che hanno preso sul serio la loro umanità, il loro cuore, inteso non come metro di misura del mondo, ma come finestra aperta sulla realtà. I santi sono coloro che hanno raggiunto, superando la barriera della morte, la visione piena di Dio, che nel vecchio catechismo si chiamava paradiso. La Chiesa attraverso questa doppia festività vuole ricordarci, e risvegliare in ciascuno di noi, il destino. La Chiesa, nella sua vocazione divina, è chiamata a dirci che la morte restituisce all’essere umano la verità della vita, il destino ultimo per cui siamo stati creati.
Il 2 novembre, giorno dei morti, a meno di non aver anestetizzato il raziocinio, non possiamo non porci tutti davanti alla realtà della morte, guardandola dritta in faccia. Solo lo sciocco può eliminarla, solo “l’ubriaco” può scordare quanto scritto nella bella poesia di Cesare Pavese: «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi».
I tuoi occhi, non quelli della fidanzata o del fidanzato, dello sposo o della sposa, degli amici, dei tuoi parenti, degli altri. No, no, no. Avrà i tuoi occhi, avrà il tuo nome, il tuo cognome, e si porterà via tutto ciò che hai, quello che hai idolatrato, ciò in cui hai riposto la tua fiducia, la tua ragione di vita. Ti strapperà via dalla tua casa, portandoti dove il tuo corpo ritornerà ad essere terra. Nella confusione che molte volte ci domina, la morte mette in chiaro tutto. Non si tratta di un’affermazione bensì di un fatto, senza “se” e senza “ma”: perché ci mette davanti all’eterno e ci pone una domanda alla quale non possiamo sfuggire, che non possiamo evitare, se non venendo meno alla natura del nostro cuore: cosa supera la barriera della morte? Risposta: solo ciò che è vero. Leggi il seguito di questo post »

Aldo Trento: Il male di vivere

Aldo Trento: Il male di vivere

tratto da: http://www.tempi.it/opinioni/007902-aldo-trento-il-male-di-vivere

Cari amici che mi scrivete il vostro “male di vivere”, quello di cui noi disperati abbiamo bisogno non è un esperto, ma un uomo vero

di Aldo Trento

Sono ogni giorno più sorpreso per un popolo che il Signore ha fatto sorgere, dopo quelle povere ma sincere parole dette al Meeting di Rimini del 2008 intorno alla mia insignificante persona. Un popolo che è aumentato in queste settimane, dopo l’incontro all’ultimo Meeting, in cui mi è stato chiesto di raccontare l’esperienza dei gesuiti, quando, 400 anni fa, hanno dato origine alle “riduzioni”. Un’esperienza di come l’Avvenimento cristiano, incontrando il cuore mendicante dell’uomo, creò una nuova civiltà, che Giovanni Paolo II aveva definito «la civiltà della verità e dell’amore».
Sono centinaia le lettere che mi giungono, e ognuna è un grido, una ferita aperta, è l’umano nella sua verità più profonda, più vera, più drammatica. Tutte lettere che non hanno bisogno di risposta, di discorsi, ma di una compagnia umana, la stessa compagnia che don Luigi Giussani ha fatto a me, che padre Alberto ha fatto a me. Quella compagnia che non ha bisogno di appuntamenti, di segretarie, di colloqui, ma di un affetto che abbraccia tutto dell’altro nelle 24 ore del giorno. Rileggendo più volte i vostri scritti, o meglio, il vostro grido, rivivo quel dramma terribile e bello di quando Giussani nel maggio 1989 a Riva del Garda mi disse: «Come sarebbe bello che qualcuno ti facesse compagnia durante i prossimi mesi». Alzai la testa, sorpreso e pieno di dolore gli dissi: «Ma don Giuss, dove incontrerei un prete, un laico, che dicono di avere tanto da fare sempre, disposto a fare compagnia a un depresso?». Ricordo i suoi occhi pieni di tenerezza e le sue parole: «Ebbene ti porto via con me e ti pagherò tutto». Ma capite, cari amici che soffrite, voi che nelle vostre e-mail piene di dolore, di ferite, di quell’umanità che ognuno, seriamente compromesso con il proprio io, si porta dentro, cosa vuol dire incontrare un uomo che ti dice così?
Dopo il Giuss ho trovato solo padre Alberto di Forlì, oggi in Ecuador, del quale Giussani ha detto: «È un uomo intelligente e umile».
Ecco, io vorrei – e ve lo dico con il cuore in mano – essere per ognuno di voi che soffrite un po’ come questi uomini, di cui Dio si è servito per fare di me un uomo.
Sento la mia impotenza che offro tutte le mattine, alzandomi presto per stare con voi davanti al Santissimo, in Sua compagnia perché Lui si occupi di ognuno di voi. E poi, tutti abbiamo dei testimoni a cui guardare, piccoli o grandi che siano. Chiediamo la grazia di accorgerci dove sono perché il clericalismo (invidia, gelosia, schematismo) può fregarci tutti. In particolare guardiamo a don Julián Carrón, la persona che più vive, sente, ama facendoci vibrare, il carisma di don Giussani. Da subito, come l’ho sentito parlare, ho detto come quelli che ascoltavano Gesù: «Questo sì che parla con autorità». Ricordo bene la prima volta che l’ho sentito: mi sembrava di sentire il Giuss. Ed era il mio cuore a dirmelo, tant’è vero che sono poi tornato a casa come quei due di Emmaus dicendo: «Non ci ardeva il cuore mentre parlavamo con Lui?».

«Mi sento sicuro di te»
A lui dobbiamo guardare, perché non è un “prete”, ma un uomo e solo un uomo può fare compagnia all’uomo. E oggi, guardando a ognuno di voi, sento che non mi cercate perché sono un “prete”, ma un povero uomo, però uomo, consegnato a Gesù. Nella sofferenza più acuta com’è quella che Cesare Pavese definiva «il male del vivere», Dio mi ha fatto conoscere tutta la mia umanità che per anni mi ha fatto schifo e paura, perché è terribile scoprirsi quello che di fatto si è: un misto di fango e di grandezza… Però, attraverso questa disperazione, ho incontrato una grande compagnia e mi sono affidato completamente.
Dopo quasi vent’anni posso gridare dalla gioia di vivere. Gioia che non ha nulla di emotivo, ma che è la certezza di essere in ogni istante scelto da Gesù. Vivo commosso pensando ogni giorno a quell’uomo che a dispetto di mio fratello e di tutti gli esperti, e forse anche dei formatori di coscienze, invece di mandarmi al neuro di Feltre, mi ha mandato in Paraguay dicendomi: «Adesso mi sento sicuro di te». E io, incredulo più dell’apostolo Tommaso, ho obbedito. E guardate cosa Dio sta facendo con questo depresso.
Per questo soffro molto quando leggo o sento certi commentari nello scegliere una persona per un lavoro o per qualunque iniziativa. Vedo un abisso fra il modo in cui Giussani mi ha guardato e la maggioranza di coloro che scelgono le persone per un lavoro. Dico sempre: immaginatevi nelle mie condizioni che io avessi presentato a chi di dovere il progetto di quello che Dio ha fatto qui… Mi avrebbero messo in manicomio con una ragione in più: “Ma tu che già sei schizzato non vorrai mica lasciarti prendere dall’immaginazione facendo un’opera impossibile e che costa milioni di euro?”.

Un abbraccio vent’anni dopo
Qualunque persona che mi avesse visto in quelle condizioni avrebbe reagito in questo modo. Ma Dio, una volta in più, ha voluto mostrare che “se ne frega” dei nostri pensieri, dei nostri equilibri, dei nostri progetti. E la mia storia è un’evidenza. Per questo quando mi dicono: «Devi riposarti, devi, devi» eccetera, rispondo: «Scusate, ma io non faccio niente, io riposo. È Lui che fa e mi chiede solo di annunciare a quanti incontro ciò che Lui è per me. Io non ho rapporti economici, politici o sociali, ho solo rapporti missionari: comunicare la bellezza di Cristo a tutti».
Sono passati vent’anni – era settembre 1989 – da quell’abbraccio di Giussani, un abbraccio che cambiò la mia vita. Ebbene lo stesso abbraccio l’ho rivissuto incontrando don Carrón a San Paolo e ad Asunción. Ho sentito vibrare in me ancora più pontentemente la certezza che guida la mia vita: “Io sono Tu che mi fai”.
Desidero per ognuno quell’abbraccio con cui Giussani mi ha fatto rivivere, desidero per tutti voi che mi scrivete, spesso lacerati dal dolore, che possiate incontrare un prete che sia un uomo, o un laico che sia un uomo, che accogliendovi come io sono accolto da quando ho incontrato Giussani vi permetta di scoprire la bellezza drammatica della vita.
Vi auguro solo di essere semplici e di non avere paura della vostra umanità. E non cercate mai i mediocri, gli “intellettuali”, gli “esperti” cioè quelli che vi ricevono solo su appuntamento per darvi consigli… Cercate uomini veri. Non dite: è difficile, perché tutto dipende dalle domande che uno ha. Domande piccole, risposte piccole, uomini piccoli. Quando uno sta male, cerca il meglio per guarire.
Grazie a tutti per l’amicizia che mi testimoniate.
padretrento@rieder.net.py

Restare uomini in mezzo all’orrore delle bande di Tito

Restare uomini in mezzo all’orrore delle bande di Tito

tratto da: http://www.libero-news.it/articles/view/589617

«L’individuo deve o morire – fisicamente o nell’anima – o rinascere in modo uniforme». Questa la dolorosa diagnosi espressa dal poeta premio Nobel Czeslaw Milosz sulla spaventosa macchina di disumanizzazione e schiavitù messa in atto dalle varie ideologie del ’900, e il cui veleno continua a serpeggiare, in maniera più sottile, ma non meno devastante, nelle “libere” democrazie occidentali, ubriacate da un relativismo che conduce ai medesimi esiti: l’uomo può essere “abolito” in tanti, tanti modi, con le pistole e gli interrogatori, ma anche con un proliferare di falsa libertà e falsi stimoli che non fanno che degradare e censurare le dimensioni più nobili della persona.

Ma quando la violenza preme sono davvero solo la morte o la complicità gli unici sbocchi possibili? Possiamo non perdere quello che conta per davvero? E come? Michael O’Brien, uno dei più celebri romanzieri cattolici contemporanei, risponde a questo interrogativo con il suo ultimo romanzo, edito in Italia da San Paolo, L’isola del mondo (pp. 848, euro 26, verrà presentato dall’autore il 3 novembre alle ore 21 presso il Centro culturale di Milano in via Sant’Antonio 5), e lo fa alla maniera propria degli artisti: egli non dimostra, piuttosto mostra; non spiega, ma espone il lettore a una vicenda umana, al racconto di un lungo viaggio, fisico e spirituale.

Lo fa scegliendo di narrare, attraverso la storia del suo protagonista e il vasto affresco di vicende e incontri, anche una delle pagine più dolorose e tuttora censurate del ’900, le sofferenze dei popoli balcanici sotto la dittatura di Tito. Racconta la vicenda di Josip Lasta, un bambino che cresce negli anni della Seconda Guerra Mondiale, protetto e guidato dall’amore dei suoi genitori e dall’amicizia dei compaesani di una valletta sui monti della Croazia; un bambino che ha ricevuto dei doni, grandi e piccoli, segreti e manifesti, come ogni uomo riceve a suo modo nel corso della vita. Ma l’irruzione delle bande partigiane comuniste darà alla sua esistenza una svolta brusca e spaventosa, marchiando ogni cosa con un sigillo di orrore e violenza.

I doni, gli amori, le speranze, il proprio stesso nome, la propria identità unica e irripetibile, sembrano perduti per sempre. Ma ecco che qualcosa si fa strada anche nella più oscura delle prigioni, fisiche e spirituali, con la forza di un amore più grande della morte, permettendo di resistere e continuare a camminare. Non siamo soli a lottare e soffrire, e niente di ciò che portiamo nel cuore è vano.

Ed ecco che quelle stesse ferite che tanto ci umiliavano si spalancano come finestre attraverso le quali, piano piano, nella fiducia e nell’abbandono, la luce può entrare a illuminare le segrete più dolorose dell’anima, e attraverso le quali a nostra volta possiamo consegnare quella stessa luce ai nostri fratelli, tramite gli infiniti linguaggi dell’amore e dell’attenzione – dal più umile dei gesti anonimi alla grande opera d’arte che trafigge il cuore di milioni di persone – con cui possiamo donarci gli uni agli altri: perché, in Dio, il dono più grande che un uomo può fare a un altro è sempre e solo se stesso, quella «parola unica e viva» che esprime il mistero della nostra identità ultima, e il lungo viaggio che tale ci ha fatto, l’omerico nostos così come Josip lo apprende da bambino nelle recite a alta voce di suo padre insegnante: il ritorno alla nostra vera casa, il cuore stesso di quel Dio Vivo che tutto le ideologie si affannano a proclamare morto. Solo chi sa di avere una vera casa, dove lo aspetta l’amore vero ed eterno, può continuare ad affrontare le acque spesso oscure con fiducia e speranza.

O’Brien racconta tutto questo, e molto altro, facendoci ridere, piangere, crescere, lottare e invecchiare con i suoi personaggi. Alla fine del viaggio di Josip, della sua personale odissea e delle sorprese che lo attendono nei Balcani, in Italia, fino nel cuore degli Stati Uniti, sembra di aver vissuto tutta un’altra vita, eppure è la nostra stessa vita, i nostri stessi rapporti che ne riemergono illuminati. Egli ce l’aveva detto: «Ho presunto di scrivere dei tuoi ricordi, del tuo sangue, della tua perdita come se fossero miei», e, così come Bernanos, Tolkien, Solgenitsyn ed Eugenio Corti, ci è riuscito.

Questo è un libro che aiuta a riscoprirsi uomini, perché invita il nostro sguardo a tenersi puntato all’unica cosa che può sottrarci a tutte le riduzioni e le violenze, manifeste o subdole, brutali o seducenti: «La linea dell’orizzonte, lo iato tra materia e infinito», quell’Infinito che continua a farsi strada fino a noi, facendo piovere nella nostra vita continue parole vive d’amore, e al contempo, in esse e attraverso esse, richiamandoci a casa. Siamo tutti Ulisse che cerca di tornare, ma siamo anche Telemaco, che scruta il mare in attesa dell’Unico Padre che può farci scoprire davvero chi siamo.

Edoardo Rialti

Pubblicato il giorno: 31/10/09
Il nuovo romanzo di O’Brien

Lettere per i piccoli guerrieri di Narnia

Lettere per i piccoli guerrieri di Narnia

tratto da: http://www.libero-news.it/articles/view/584813

«Grazie per la tua bella lettera…»: è pressocché sempre questo l’inizio delle risposte che C. S. Lewis, lo stimato professore di Oxford, il celebre convertito e apologeta anglicano, noto in tutto il mondo per le sue Lettere di Berlicche, invia nel corso degli anni ai bambini e ai ragazzi lettori delle sue Cronache di Narnia, il grande ciclo di sette romanzi che raccontano la creazione, corruzione e guarigione di un mondo fantastico, e che a differenza di Harry Potter e consimili costituisce un autentico pilastro della grande arte cristiana in questi tempi così tenebrosi e confusi.

I bambini domandano notizie sui nuovi episodi o chiarimenti su quelli vecchi, magari allegando disegni e racconti propri. Queste sue risposte sono state finalmente messe a disposizione in un unico volume in Italia da San Paolo (Lettere ai bambini, pp. 220, euro 16), curato con grande attenzione da Carlo Bajetta e con una bella postfazione di Andrea Monda, offrendo ai lettori di Lewis un autentico tesoro, che permette di scorgere un poco meglio gli occhi e il cuore di «un uomo onesto, coraggioso, intellettuale – uno studioso, un poeta, un filosofo – e un innamorato, per lo meno dopo un lungo pellegrinaggio, di Nostro Signore», come lo descrisse l’amico J. R. R. Tolkien. Leggi il seguito di questo post »